Firenze

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Firenze

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Capoluogo di regione. Dall’inizio del XII secolo libero Comune, estese più tardi il proprio dominio sulla maggior parte della Toscana. Dal 1326 fu governata da Carlo, duca di Calabria e, dopo essere tornata autonoma, fu sotto la guida della famiglia Albizzi, eletta dal patriziato della città. Nel 1434 il governo della città passò alla famiglia Medici sino al 1527 (con la sola interruzione causata dalla rivolta del 1494, dalla quale emerse Girolamo Savonarola). Dal 1530 F. fu capitale del granducato di Toscana, prima sotto il governo dei Medici e, dal 1741, sotto la casa di Asburgo-Lorena.

Presenze ebraiche sporadiche e temporanee, legate presumibilmente al disbrigo di qualche affare, si trovano attestate a F. negli anni Venti del XIV secolo: ne è un esempio quel Datillo (Dattilo), medico d’origine romana, che nel 1324 era impegnato in un contenzioso con un farmacista fiorentino e, tre anni più tardi, risultava già essersi trasferito in un’altra città[1].

Un altro ebreo, Manuel di Leone de Urbe (ovvero d’origine romana), era a F. nel 1327, quando ricevette, non si sa a che titolo, una somma di denaro dal duca Carlo di Calabria. Dal fatto che vari prestiti forniti al Comune di S. Gimignano da un gruppo di banchieri ebrei, fra il 1341 e il 1345, risultavano rimborsabili non solo a S. Gimignano, ma anche in altre località, tra cui  F., si inferisce che israeliti dimoranti altrove avevano relazioni di affari nel centro toscano[2].

Dall’inizio del XV secolo, alcuni medici ebrei risultavano domiciliati a F. e iscritti all’Arte dei Medici e Speziali: Magister Salomone Aviçori o Aviziti di Arles, iscrittosi nel 1412, Magister Leone di Abramo, iscrittosi nel 1422 e magister Diamante di Anori, iscrittosi in data non precisata, dopo il 1408.

La temporanea presenza di Guglielmo di Dattilo da Montefalco è poi attestata a F. nel 1434, quando venne condannato, una prima volta, per rapporti illeciti con una cristiana e, poi, sempre nello stesso anno, in contumacia (essendo riuscito ad abbandonare il luogo) per la partecipazione ai tumulti scoppiati in relazione al richiamo in patria di Cosimo de’ Medici e per aver offeso il papa Eugenio  IV, all’epoca residente a F. [3].

In seguito all’ostilità crescente dei Francescani contro gli ebrei, i capi delle Comunità italiane si riunirono a F. nel 1428, per cercare il modo di ottenere la protezione di Martino V, accordata, l’anno successivo, dalla Bolla che assicurava loro nuovi  privilegi e confermava la protezione pontificia contro i predicatori[4]

Il prestito, nonostante fosse stato proibito ai cristiani nel 1394, continuò a restare nelle mani di questi ultimi anche dopo che, nel 1430, una provvisione aveva stabilito che i Signori e i Collegi potessero concedere licenza agli ebrei di venire ad esercitarlo in città: solo nel 1437 venne così raggiunto l’accordo di far gestire il prestito da feneratori ebrei[5].

Dai capitoli del 1437 risulta, inoltre, che la giurisdizione sugli ebrei era stata affidata agli Otto di Guardia e Balia e che nessun altro magistrato avrebbe potuto procedere senza il loro espresso permesso, eccetto che per i casi di omicidio o di lesioni implicanti la pena capitale o una multa non inferiore a 1.000 lire[6].

L’incarico di aprire tre banchi di prestito, con i soci che si fosse scelto, fu affidato ad Abramo di Dattilo (nipote di Matassia di Sabbato da Roma), residente a San Miniato e da svariati anni in rapporto con la Repubblica fiorentina. Abramo nominò come soci Jacob del fu Salomone da Perugia, abitante a  Ferrara,  Jacob del fu Consiglio da Toscanella, abitante a Padova, che contribuirono a formare la maggior parte del capitale della società, e Dattilo del fu Consiglio da Tivoli, abitante a Bologna[7].

L’anno successivo, Abramo estese il numero dei soci, includendovi David del fu Salomone da Perugia (fratello di Jacob), Isacco di Samuel da Bologna, Vitale di Isacco da Rimini e Giuseppe di Guglielmo di Magister Leuccio da Cetona e, poco dopo, furono aggregati altri ebrei, residenti in altre città della Toscana[8].

L’apertura dei banchi fu accompagnata dal trasferimento a F. di buona parte dei feneratori, con le proprie famiglie e con l’usuale entourage, che diede inizio al formarsi di un nucleo definito: gli ebrei, liberi di abitare dove loro piacesse, risiedevano, per la maggior parte, al di là dell’Arno, nel quartiere di Santo Spirito, nelle vicinanze del Ponte Vecchio[9]. Non era loro vietato il possesso di immobili e dai documenti risulta che molti di essi, dagli anni Sessanta in poi, avevano acquistato case e proprietà in città e nel contado[10].

L’obbligo di esibire la rotella gialla come segno distintivo venne sancito nel 1446, con la sola eccezione del titolare di ogni  banco fiorentino e due soci da lui scelti, mentre fuori della città solo i titolari dei banchi erano esentati dal segno[11].    

Un decennio più tardi,  la peste infierì a F. e gli ebrei, dietro esortazione del darshan (predicatore) Mosheh ben Yoav, cercarono con digiuni e uffici sinagogali di sollecitare l’intervento divino per far cessare il flagello[12].    

Nel 1458 giunse a predicare in città un frate minore osservante della famiglia Visconti di Milano, che, avendo aizzato la folla contro gli ebrei, fu espulso dalla Signoria, intervenuta  in loro difesa[13].

Cinque anni più tardi, furono emesse severe disposizioni contro gli israeliti: l’obbligo del segno venne esteso anche ai prestatori e alle loro famiglie ed il numero di ebrei cui veniva concesso di risiedere a F., compresi i prestatori, fu limitato a settanta. Ai non residenti ( esclusi i prestatori del territorio fiorentino) fu concesso di restarvi solo per un periodo di cinque giorni e di ritornarvi solo il mese successivo al soggiorno: un oste ed un servo ebrei, inclusi nei settanta, avrebbero dato alloggio ai correligionari di passaggio[14].

Verso la fine del 1471 o l’inizio del 1472, il popolo, sobillato da non si sa quali accuse contro gli ebrei formulate da un convertito al cristianesimo, si  mosse contro di loro, minacciandone seriamente i banchi e le proprietà e facendo temere un espulsione dal territorio.

Il pericolo fu scongiurato, ma  venne ventilato allora il progetto di abolire il prestito ebraico, che tuttavia non fu attuato, portando, invece, a riattivare la disposizione, caduta in disuso, di non tollerare ebrei che non fossero prestatori. Vennero espulsi, pertanto, all’inizio del 1477, coloro che non avevano rapporti di parentela o di dipendenza con i gestori dei banchi[15].

Già alcuni mesi dopo, tuttavia, vennero concessi a singoli dei permessi di soggiorno, sino a che, con la condiscendenza delle autorità, svariati ebrei, anche non feneratori,  tornarono a stabilirsi a F.

Dopo la proroga della condotta ai prestatori (1481), le prediche di Bernardino da Feltre, nel 1488, misero in pericolo gli ebrei in città, ma le autorità, probabilmente dietro iniziativa di Lorenzo il Magnifico, li protessero e fecero piuttosto allontanare il frate[16].

Da alcuni documenti del 1489 risulta che gli ebrei avevano ricevuto ordine di prestare arazzi di loro proprietà in occasione di pubbliche festività, con diritto ad un risarcimento in caso di eventuale danneggiamento[17].

Le concessioni feneratizie vennero rinnovate senza problemi nel 1491, ma, dopo la morte del Magnifico, gli ebrei che si trovavano a F. da poco tempo e senza l’autorizzazione legale per risiedere nella città vennero espulsi nel 1493: i frati predicatori tornarono in quel frangente a F., riprendendo l’attività anti-ebraica, ma furono contrastati dai Medici.

Nello stesso anno, un ragazzo ebreo, Bartolomeo de Cases, giunto con i pochi correligionari che si erano rifugiati a F., dopo l’espulsione dalla Spagna, venne condannato dalle autorità al taglio delle mani e all’accecamento, in seguito all’accusa di sfregio ad alcune immagini sacre e morì, linciato dalla folla[18].

Dopo la cacciata di Piero de’Medici da F. per il suo tradimento a Carlo VIII e la costituzione della libera Repubblica ispirata al Savonarola, nel 1495, fu deliberato di creare un Monte di Pietà, di chiudere i banchi ebraici  e di espellere, entro un anno, gli ebrei. L’anno successivo lo statuto del Monte riceveva definitiva approvazione da parte del Consiglio maggiore[19], ma, dato che la spedizione di Carlo VIII in Italia aveva avuto come conseguenza la guerra tra F. e Pisa e, quindi, aveva portato ad un urgente bisogno di denaro per i fiorentini, gli ebrei si dichiararono disposti a concedere allo Stato un prestito, anche senza interesse, in cambio del permesso di continuare a vivere a F. Le autorità accettarono la proposta, probabilmente dietro consiglio del Savonarola (che già aveva dimostrato coi Lucchesi una certa tolleranza nei confronti della presenza ebraica).  

Quando il capitale prestato alla Repubblica fu restituito agli ebrei, i feneratori che avevano tenuto banco furono costretti ad andarsene, nel 1508, ma si suppone che restassero i pochi che non avevano esercitato, in passato, il prestito.

Dopo il ritorno dei Medici a F., nel 1512, gli ebrei furono riammessi in città e, due anni più tardi, poterono riaprire i banchi feneratizi, dato che il Monte non riusciva a sopperire ai fabbisogni della popolazione. Vennero concessi salvacondotti per entrare a F. e nel suo territorio ad Angelo di Abramo da Fano, a Daniele d’Isach da Pisa, a Laudadio e Dattilo di Moisè da Rieti e a Magister Jacob di Emanuele da Prato. Più tardi, si aggiunsero salvacondotti per  Abramo di Dattilo da San Miniato (nipote di Abramo, il primo prestatore a F., nel secolo precedente), a Isach e Jacob di Emanuele da Fano e a Vitale e agli altri fratelli di Daniele da Pisa: vennero, con ciò, ad essere rappresentate a F. tutte le principali famiglie di prestatori del Quattrocento, mentre, al posto dei da Camerino, subentravano i da Rieti[20].

Nel 1527 i Medici vennero nuovamente cacciati da F. e fu ripristinata la Repubblica: come conseguenza fu decretata l’espulsione degli ebrei e le capitolazioni stabilite a favore dei feneratori dal Comune furono abrogate, restando loro permesso solo un ulteriore anno di residenza per regolare gli affari, mentre, spirato il termine, sarebbero stati ammessi solo transitoriamente, per un periodo non superiore ai 25 giorni. Nello stesso anno scoppiò un’epidemia particolarmente perniciosa di peste, di cui sembra che soffrissero in grande misura anche gli ebrei[21]. Il processo con l’accusa a Daniel da Pisa di aver contribuito a propagare il contagio, ripetuto, poi, nei confronti di Consiglio (Yequtiel), servitore di Dactero (Yoav) da Pisa e a Dactero stesso, mostrano il clima ostile agli ebrei che era andato instaurandosi[22]

Non tutti gli israeliti, ma solo i feneratori abbandonarono F., mentre correligionari d’origine spagnola giunsero nella città .

Tornati i Medici e divenuto Alessandro duca di F., nel 1532, i capitoli feneratizi non vennero rinnovati, ma vennero considerati nulli i precedenti provvedimenti e, pertanto, gli ebrei furono liberi di tornare[23]. Il figlio di Alessandro, Cosimo I, fu, insieme alla moglie Eleonora, in rapporti molto amichevoli con la famiglia Abrabanel (Abravanel)[24] e, seguendo il consiglio di Don Yaaqov Abrabanel, chiamò nei propri territori tutti i mercanti levantini (ebrei, in particolare) che volessero venirvi a incrementare i commerci con il Levante. Nel 1551, concesse, pertanto, ai Levantini ampi privilegi[25]e l’ebreo greco Servadio da Damasco, che si era fatto promotore dell’iniziativa, ottenne particolari riconoscimenti da Cosimo e la carica di sensale esclusivo dei traffici con il Levante, detenuta presumibilmente sino alla morte, negli anni Settanta[26]. Gli ebrei levantini, quasi tutti d’origine spagnola, formarono, sino alla fine degli anni Ottanta del XVII secolo, un gruppo a parte[27].   
In ottemperanza all’editto di Giulio III del 1553, che imponeva la confisca e il rogo del Talmud, Cosimo I  dette ordine che si bruciassero i libri proibiti ebraici anche nel suo Stato, ma, non fece applicare i provvedimenti anti-ebraici di Paolo IV e permise l’intervento dell’Inquisizione solo per i casi di eresia cristiana, lasciando alle autorità secolari l’amministrazione della giustizia circa le offese alla religione e al culto cristiani perpetrate da israeliti[28].

Nel 1567, dietro pressioni di Pio V, Cosimo ordinò il ripristino della rotella per gli uomini ebrei[29], ivi compresi i forestieri di passaggio, mentre le donne dovevano indossare una veste esterna con la manica destra tutta di colore giallo. Dal segno erano esentati i prestatori, con le loro famiglie e i dipendenti. Il figlio di Cosimo, Francesco, rilasciò, negli anni successivi, patenti per ratificare l’esenzione dei prestatori in viaggio e per esentare dal segno per grazia speciale alcuni ebrei (non esentati altrimenti) che dovevano viaggiare[30].

Alla severità delle disposizioni ducali nei confronti degli ebrei fecero seguito espressioni di ostilità da parte della popolazione, cui si opposero le autorità con un decreto del luglio 1567, in cui si proibiva di molestare gli israeliti con atti o con parole, sotto pena pecuniaria o corporale: tale decreto fu ripetuto anche nel 1607, nel 1639, nel 1668, nel 1686 e nel 1735[31].

Sempre nel 1567, Cosimo promulgò una legge contro i battesimi clandestini dei figli degli ebrei, ribadita, nel 1733, dall’ultimo dei Medici, che maggiorò le pene riservate ai contravventori[32]

Nel 1570, Cosimo, in premio al suo ossequio per i dettati della Sede Apostolica, ricevette l’incoronazione a Granduca di Toscana dal papa. Lo stesso anno egli ordinò che tutti gli ebrei di Toscana abbandonassero lo Stato o andassero a vivere a Siena o a F., dove sarebbero stati istituiti due ghetti: l’anno successivo essi cominciarono ad entrare nel ghetto di F.[33], sebbene quelli di condizioni economiche particolarmente agiate risultassero viverne al di fuori[34].

Nel 1583 il medico Yehiel da Pesaro si convertì e, con il nuovo nome di Vitale Medici che aveva assunto, predicò contro gli ex-correligionari fiorentini nella Chiesa di S. Croce: le sue prediche, pubblicate nel 1585 con il titolo di Omelie fatte alli ebrei di Firenze nella Chiesa di S. Croce, ottennero grande successo presso il pubblico cristiano[35].

I Granduchi di Toscana estesero anche agli ebrei fiorentini nel 1629[36] gli ampi privilegi concessi, nel 1593, ai correligionari (di qualunque provenienza) che si fossero stabiliti a Pisa e a Livorno[37].

Con l’estinzione della Casa  medicea ed il conseguente passaggio della Toscana sotto il dominio austriaco, fu dato ordine ai tribunali di non procedere contro gli ebrei per essersi dichiarati cristiani, avvalendosi delle concessioni ricevute nei privilegi del 1593[38]: d’altro canto, venne abrogato, nel 1741, il privilegio ebraico di esiliare i membri della comunità ritenuti scandalosi o incorreggibili, fermo restando solo il privilegio della carcerazione e del sequestro.

Con l’avvento al potere di Pietro Leopoldo I (1765-1790), il privilegio abrogato venne ripristinato, iniziò un periodo di moderate riforme[39] e nel 1778 agli ebrei venne concessa una forma indiretta di partecipazione alle cariche comunali[40].

Quando tumulti popolari, in seguito alle riforme granducali, scoppiarono, nel 1790, anche gli ebrei vennero attaccati[41].

Nel marzo del 1799, con l’ingresso delle truppe francesi, gli israeliti ricevettero l’emancipazione.          

Vita comunitaria

La Comunità ebraica era retta da un consiglio elettivo, i cui componenti venivano denominati “capi”, mentre nelle convenzioni feneratizie del 1448 e del 1481 venivano indicati come consules et officiales[42]. Il consiglio aveva l’incarico di amministrare la Comunità e di provvedere alla raccolta dei fondi per i servizi ad essa necessari. Doveva, inoltre, vigilare sull’ottemperanza delle leggi interne, imponendo pene pecuniarie ai trasgressori e, in mancanza di un tribunale rabbinico vero e proprio, i membri del consiglio erano spesso chiamati a decidere su questioni di rapporti matrimoniali[43]. Il primo rabbino che ricoprì un incarico ufficiale da parte della Comunità fu Mosheh ben Yoav, che tra il 1456 e il 1459 (con un’interruzione dovuta al suo viaggio a Napoli) fu darshan (predicatore) nella sinagoga fiorentina[44]. La Comunità si occupava anche di provvedere alla carne macellata ritualmente, giungendo, nel 1481, ad imporre una clausola che obbligava l’Arte dei beccai a incaricare due macellerie, una oltr’Arno e l’altra nella zona del Mercato Vecchio, di fornire carne agli ebrei, allo stesso prezzo praticato ai cristiani[45].

Una scuola pubblica a spese della Comunità venne fondata poco dopo l’istituzione del ghetto[46].

Da un documento ottocentesco, si apprende che 18 individui, scelti tra i membri delle famiglie più prestigiose, formavano il consiglio della Comunità. Dal consiglio si prendevano a turno, ogni anno, i tre massari o capi, che, secondo i privilegi del 1593 (estesi in seguito agli ebrei di F.), avevano l’autorità di giudicare le cause civili tra ebrei. Nel tribunale il rabbino era presente per consulti in materia rituale e il cancelliere, che ricopriva anche il ruolo di funzionario e archivista, aveva la firma per i decreti e regolava l’ordinaria amministrazione. Sempre secondo i privilegi del 1593, i massari potevano condannare a pene pecuniarie, al carcere e all’esilio ed avevano l’incarico di vigilare sul mantenimento del culto e sulle istituzioni assistenziali, tra cui il sostentamento dei numerosi indigenti , tramite le offerte degli abbienti, fissate, dal 1628, dai massari stessi[47].  

Dopo annose dispute la Comunità italiana e quella sefardita si fusero insieme, nel 1668. Tra la fine del XVII e l’inizio del XVIII secolo, la vita comunitaria venne agitata, inoltre, da violenti scontri tra i sostenitori e i detrattori di Shabbetay Zevi e Nehemyah Hayyun. Il rabbino di F., Graziadio Yohanan Ghiron, sospettato di essere di simpatie sabbatiane, si scontrò con la violenta opposizione capeggiata dal maggiorente della comunità, il ricco mercante Salomone di Vita Levi, che ne indebolì il prestigio agli occhi e fece pressioni sul  Consiglio per l’emanazione di un decreto per cui ogni impiegato comunitario, compreso il rabbino, venisse confermato nella sua carica annualmente, salvo disdetta tre mesi prima della scadenza[48]. Il Ghiron, costretto a cedere al decreto, interpretato da lui come attacco personale, si afflisse al punto da morirne poco tempo dopo, secondo la testimonianza del figlio, Yehudah[49].

Nel XVIII secolo è attestata l’esistenza della confraternita Darkhe’ Noam per lo studio della sezione settimanale della Sacra Scrittura[50].

Tra le più importanti confraternite del ghetto, vi erano la Hevrat gomley hasadim be-gufam, per  accompagnare la salma dell’estinto alla sepoltura, la Gemilut hasadim,  la Hevrat ohavei Torah, per la promozione dello studio della Legge e la Hevrat matir assurim, costituita in gran parte da sefarditi, fondata nel XVII secolo, per il riscatto dei prigionieri ebrei[51].

Attività economiche

Nel secolo XV e all’inizio del XVI  gli ebrei a F. furono attivi soprattutto nel prestito. Dai capitoli del 1437 sappiamo che il tasso di interesse massimo era fissato al 20% annuo e che il prestito poteva essere concesso solo su pegni mobili, esclusi gli oggetti sacri al culto cristiano[52]. I banchi autorizzati erano quattro: il banco della Vacca, presso via de’ Pecori, il banco detto degli Spini, in piazza Santa Trinita, il banco detto dei Soldani, vicino a via de’ Neri ed il banco detto dei Ricci, presso via del Corso. Durante la seconda metà del XV secolo il banco dei Ricci venne sostituito dal banco del Borghese, situato in piazza Strozzi o nelle sue immediate vicinanze, il banco degli Spini venne trasferito nel chiasso dei Ramaglianti (poi via dei Giudei) e prese il nome di banco dei Quattro Pavoni, il banco dei Soldani venne portato in un primo momento presso San Pier Maggiore e, in seguito, nelle vicinanze di piazza Strozzi, nella casa dei Vecchietti da cui prese il nome[53]. Nella seconda metà del XV secolo, vi erano venti compagnie di prestatori a F. e dintorni, per lo più  gestite dalle famiglie dei da Pisa, da Terracina, da Volterra, da Camerino, da Tivoli e da Fano. Non tutte queste compagnie riuscirono a far fronte con successo agli impegni assunti: alcune fecero bancarotta e, di conseguenza, i prestatori furono costretti ad abbandonare la città, come il noto banchiere Dattilo da Camerino che, nel 1495, subì una grave perdita economica e si allontanò da F. Un caso analogo fu quello dei fratelli da Perugia, proprietari di un banco consolidato da vecchia data, che furono costretti a chiudere nel 1460, vendendo la maggior parte dei beni di famiglia per saldare i debiti.

Non è da tralasciare, inoltre, il fatto che dal giugno del 1459, almeno sino al gennaio 1473, esistette una grande società per il controllo e la gestione globale dei banchi fiorentini, che, all’apice del proprio funzionamento vide coinvolti Vitale di Isacco da Pisa, Emanuele di Abramo da San Miniato, Emanuele ed Abramo di Isacco da Fano, Lazzaro e Bonaventura di Emanuele da Volterra con i fratelli, Salomone di Isacco da Ravenna, Emanuele ed Abramo di Bonaiuto da Camerino e Mele di Salomone da Sessa (al quale seguirono gli eredi)[54]

Nel XV secolo è documentato il commercio delle stoffe da parte di prestatori e non e, inoltre, si trovano allora ebrei che commerciavano in  pietre preziose[55].

Da due condanne del 1527 contro Ebrei che avevano infranto il divieto del gioco delle carte, si deduce che essi erano attivi anche nella manifattura e nella distribuzione delle carte da gioco[56].

Ai Levantini, giunti dopo la metà del XVI secolo, era proibito esercitare l’usura[57], mentre una serie di provvedimenti ne favoriva il commercio che portarono avanti, soprattutto nel ramo dei tessuti, con il Levante. Alcuni ebrei d’origine italiana si dedicarono al commercio di merci relative all’Arte dei medici e speziali, mentre altri  erano rigattieri.

Svariati furono i medici ebrei, cui era stato concesso liberamente di iscriversi all’Arte dei medici e speziali: i documenti del XV secolo mostrano che essi  avevano in cura anche i cristiani. Inoltre un medico ebreo, Lazzaro da Pavia, fu inviato da Ludovico il Moro al capezzale di Lorenzo il Magnifico, mentre il figlio di quest’ultimo, Giuliano,    si faceva curare a F. da Shemuel Zarphati[58]. Molti erano gli israeliti impiegati, poi, come maestri di scuola e precettori presso le famiglie ebraiche facoltose e molti erano i copisti[59].

Dopo la segregazione nel ghetto, le attività ebraiche cominciarono a declinare, riducendosi, per la maggior parte, al commercio dell’usato: tuttavia, vi furono ebrei che gestivano la manifattura di vesti di lana e seta e producevano bottoni.

Dopo varie controversie con i membri cristiani dell’Arte della lana e della seta, un bando del 1649 venne a ribadire la limitazione delle attività ebraiche al commercio di merci di seconda mano e nel 1678 un altro bando proibì agli ebrei di negotiare in lana e vendere a taglio e tenere in botteghe robbe attinenti all’arte di lana[60].

I commercianti ebrei, però, pare che eludessero i divieti governativi, come risulta da una perquisizione fatta nel ghetto, nel 1680, che rivelò la presenza di un’ingente quantità di merci proibite, che furono sequestrate, mentre agli ebrei venne comminata una fortissima multa. Nel 1690 Salomone di Vita Levi, d’origine mantovana, ricevette il lucroso appalto dell’acquavite e del tabacco per nove anni[61].     

Dopo la riforma del Granduca Leopoldo, che soppresse tutte le corporazioni delle Arti e concesse agli ebrei la libertà di dedicarsi all’attività che avessero preferito, senza aggravi fiscali, le condizioni economiche della Comunità migliorarono. Gli israeliti risultarono allora essere impegnati nella produzione di articoli di seta, essere banchieri per piazze estere, gioiellieri, negozianti in generi diversi, rivenditori al minuto nelle botteghe o ambulanti. Tuttavia, quasi un terzo dei membri della Comunità sarebbero stati assistiti dai membri più facoltosi, tramite il Magistrato dei Massari[62]

Demografia

Nel  XV e XVI secolo la Comunità ebraica era composta da un  numero di persone oscillante tra poco meno di cento e poco meno di trecento[63].

Con il confluire degli ebrei sparsi per la Toscana nel ghetto di F. essa si ingrandì, giungendo nel XVII secolo a circa 600-700 persone, e verso la fine del  XVIII secolo i membri erano circa un migliaio[64]

Ghetto

Nel 1571 era stato istituito il ghetto a F., sito in un quartiere abitato, all’epoca, principalmente da prostitute[65], nei pressi della piazza del Duomo. Il ghetto comprendeva, riuniti e collegati insieme in modo da formare una sorta di caseggiato unico, tutti gli edifici che si trovavano tra l’odierna via Roma (via dei Succhiellinai) a ovest (est secondo Cassuto), piazza della Repubblica (piazza del Mercato Vecchio) a sud, l’odierna via dei Brunelleschi (già via dei Naccaioli) a est (ovest  secondo Cassuto) e a nord via del Campidoglio (chiasso della Malacucina)[66].

Il ghetto comunicava con l’esterno con due portoni, uno che si apriva sul Mercato Vecchio e l’altro sulla Piazzuola dei Succhiellinai (parte dell’odierna via Roma) e nel mezzo vi era una piazzetta con un pozzo, denominata Piazza del ghetto o Piazza Giudea[67].

All’inizio del XVIII secolo, dato l’aumento della popolazione ebraica, centocinque famiglie risultavano vivere nelle immediate vicinanze del ghetto, ma non entro le sue mura; Cosimo III, in un motu proprio del 1705, manifestò la volontà di porre fine a questo stato di cose che giudicava sconveniente, ordinando l’ampliamento del ghetto che venne ingrandito, estendendosi verso Piazza dell’Olio e formando il cosiddetto “Nuovo ghetto”[68].

Sinagoghe

Da un sermone di Mosheh ben Joab, che parla delle funzioni religiose tenute in occasione della peste del 1456-1457, si inferisce l’esistenza di una sinagoga a F., la cui esistenza risaliva ad un’epoca precedente, rimasta imprecisata. Tale sinagoga era presumibilmente ubicata al pian terreno del palazzo Belfredelli, all’angolo tra il chiasso dei Giudei (in seguito via dei Giudei) e il borgo San Jacopo[69] ed in essa l’ufficio quotidiano era tenuto secondo il rito italiano[70].

In seguito, venne ricavata da un edificio di abitazione nella Piazza del ghetto, fu terminata intorno al 1575 e presumibilmente riadattata nelle strutture murarie e nell’arredo da Bernardo Buontalenti: un antico e pregevole Aron ha-Qodesh (Arca Santa), rifatto in parte nel 1662, che appartenente alla sinagoga, è ora conservato nella yeshivah Kerem be-Yavne, in Israele[71]. A causa di un incendio scoppiato nel ghetto, nel 1670, la sinagoga italiana fu danneggiata e, pertanto, restaurata e ampliata. Dopo un’ulteriore ristrutturazione, essa fu riaperta al culto, all’inizio degli anni Novanta del XVIII secolo[72]

Da un documento del 1600 risulta che i Levantini avevano stabilito una sinagoga a parte, pochi anni prima, nel quartiere ebraico[73].

Cimitero

Sin dai capitoli del 1437 era stato concesso agli ebrei di comprare un terreno ad uso cimiteriale: il primo cimitero pare fosse stato ubicato nel giardino della sinagoga di Via dei Giudei, mentre, più tardi, ne è attestato uno, comune agli italiani ed ai levantini, posto tra la via della Giustizia ( in seguito via de’ Malcontenti) e la via delle Poverine (in seguito corso de Tintori e, poi, via Tripoli), nelle vicinanze della Zecca Vecchia. Nel 1602 venne acquistato per uso cimiteriale un terreno fuori della Porta di San Frediano, sotto Monte Oliveto[74].

Vita culturale

Nel 1441 veniva  ultimato dal copista Yitzhaq ben Ovadyah un pregevole manoscritto delle preghiere annuali, ordinato presumibilmente da Jacob e David da Perugia[75].

Il numero di pregevoli manoscritti in possesso degli gli ebrei fiorentini, conservati in varie biblioteche locali e non, è notevole nel XV e XVI secolo[76].

Tra i copisti del Quattrocento, spiccano Ovadia da Forlì e Reguardato di Abramo da Alatri (Shemaryah ben Avraham Yehiel), che visse nella città tra il 1471 e il 1484[77].

Abramo di Nocii (forse da Norcia) fondò un Talmud Torah privato per i fanciulli della Comunità, nel 1492[78].

Tra i dotti ebrei del XV secolo, che spesso furono anche impegnati nell’attività creditizia, troviamo Guglielmo di Dattilo (Benyamin ben Yoav) da Montalcino, che fu talmudista, versato anche nella filosofia e nella Qabbalah, Mosheh ben Yoav, rabbino, rinomato predicatore, autore di scritti filosofici ed esegetici e del commento al Pentateuco Etz ha-hayyim[79], Manuele di Bonaiuto (Immanuel Hay ben Azriel) da Camerino, che studiò in gioventù con il famoso Yehudah Messer Leon, fu in rapporto con il noto rabbino e commentatore della Mishnah Ovadia da Bertinoro e fu poeta, studioso di poesia  ebraica e possessore di una ricca collezione di testi  ebraici[80].

Lazzaro di Manuele (Eliezer ben Menahem) da Volterra, genero di Vitale (Yehiel) da Pisa scrisse componimenti poetici in ebraico ed il fratello Bonaventura (Meshullam) è noto per il suo resoconto in ebraico del viaggio in Terra d’Israele, nel 1481. David di Dattilo (David ben Yoav) da Tivoli, anch’egli genero di Vitale (Yehiel) da Pisa, scrisse in ebraico poesie d’argomento religioso e profano[81].

Il banchiere Yehiel da Pisa ebbe nell’ambito della Comunità ebraica un ruolo simile a quello di Lorenzo il Magnifico e la sua casa divenne luogo d’incontro del mondo intellettuale fiorentino. Studiosi cristiani, quali Giannozzo Manetti, Marsilio Ficino, Girolamo Benivieni e Giovanni Pico della Mirandola si fecero erudire nello studio della lingua, della letteratura e del pensiero ebraico dai letterati ebrei, tra cui il celebre talmudista e filosofo Eliyah Delmedigo, che visse per un periodo a F.

Nella casa di Pico ebbero luogo dispute religiose, tra cui quelle con il convertito Domenico Raimondo Moncada[82].

Avraham Farissol, geografo e filosofo, copiò, nel 1492 un  pregevole esemplare di libro di preghiere e un Libro dei Salmi per il banchiere Manuele da Camerino: assiduo frequentatore della casa di Pico della Mirandola, il Farissol prese parte ai dibattiti su questioni religiose e filosofiche che vi avevano luogo[83].

Yohanan  Alemanno, nato in Italia da una famiglia di provenienza francese, fu educato a F. nella casa di Yehiel da Pisa e dopo aver viaggiato lungo tempo per varie città dell’Italia settentrionale e centrale, facendo il precettore in casa di maggiorenti ebrei, nel 1488 tornò a F. dalla famiglia da Pisa. Profondo conoscitore della filosofia ebraica e della Qabbalah ed esegeta, insegnò a Pico della Mirandola ebraico e Qabbalah e tra le sue opere più pregevoli vi furono il commento al Cantico dei Cantici Hesheq Shelomoh e il trattato filosofico Hay ha-olamim[84].

Alla fine del XV secolo troviamo anche alcuni artisti a F.: da un atto notarile, rogato nel 1467, si apprende che l’ebreo Giuseppe del fu Mosè e il cristiano Francesco del fu Domenico da Venezia avevano costituito insieme una società per insegnare danza e  canto ad allievi di ambo i sessi, a F. e contado, come altrove[85].  Ci è stata tramandata, inoltre, l’attività di suonatore di liuto ebreo, convertito con il nome di Gian Maria, che, condannato per omicidio nel 1492, dovette abbandonare F., proseguendo a Roma e Venezia la sua brillante carriera di musicista. Celebre maestro di danza e coreografo era  Guglielmo da Pesaro che esercitò la propria arte tra l’altro anche alla corte di Lorenzo il Magnifico[86].

Nella prima metà del XVI secolo, troviamo il poeta Mosheh ben Yoav, che verseggiava secondo lo stile arabo e prendendo a modello Immanuel da Roma[87].

Avraham da Pisa, noto banchiere, fu anche poeta e apprezzato studioso di Talmud[88] e  Yehiel Nissim da Pisa, anch’egli banchiere, dopo aver ricevuto una raffinata istruzione in campo ebraico e non-ebraico, decise di dedicarsi esclusivamente al rabbinato, in cui si distinse: egli aggiunse alla ricca biblioteca di famiglia svariate opere filosofiche e cabbalistiche, commissionò la copia di manoscritti e ne copiò personalmente alcuni, tra cui una traduzione ebraica di alcune opere di Aristotele. Alcuni suoi responsa attestano la sua vasta conoscenza in fatto di Legge ebraica[89].

Nella metà del XVI secolo fu attivo a F. il rabbino Shelomoh ben Shemuel Montolmo (da Monte dell’Olmo), che fu impegnato in studi talmudici e figura tra coloro che presero parte alla celebre e lunga causa per il divorzio Tamari–Vernturozzo. Egli, inoltre, scrisse di questioni  filosofico-religiose e si cimentò nella  poesia[90].

Nel XVII secolo risultava esservi  nel ghetto un’Accademia di musica, l’Accademia degli Anelanti, di cui ci informa il rabbino d’origine livornese Immanuel Frances (1618-1710), anch’egli presente a F. per alcuni anni: oppositore del sabbatianesimo, Frances fu autore di responsa halakhici e di poesie in ebraico, italiano e latino[91].

Nell’ambito della polemica intorno a Shabbetay Zevi, va ricordato anche Graziadio  Yohanan Ghiron, originario di Casale, ma attivo come rabbino a F. dal 1684 al 1716, che fu costretto, contro la sua volontà, a firmare la “scomunica” contro Nehemyah Hayyun. Autore di preghiere dopo i terremoti di Lugo e di Ancona e di svariati responsa menzionati in opere attinenti la Halakhah, tra cui  il Pahad Yitzhaq e il Shemesh Tzedaqah, il Ghiron fu in contatto con Shemuel Aboab [92].   

Nel XVII secolo vi fu un pittore ebreo a F., tale Yonah Ostilio (Ostiglia), apprezzato paesaggista per privati, ma anche per altri artisti fiorentini, che ebbe stretti contatti con l’ambiente non ebraico[93]. Tra la fine del XVII e l’inizio del XVIII secolo, visse a Ferrara e a F. il medico Hananyah Cases, autore di un’opera in sostegno del Sefer ha-Mizvot di Maimonide contro Nahmanide e di altre opere di Halakhah.

Nel XVIII secolo fu rabbino a F. Matatyah Nissim Terni, autore di opere stampate e manoscritte[94], e, alla fine del  secolo, l’anconetano Daniel Terni, che fu rabbino, per un periodo, a F., si distinse nel campo della Halakhah (Legge ebraica), scrivendo un’opera che ebbe larga diffusione, dal titolo Iqarei Dinim  o Iqarei ha-Dat (con riferimento alle iniziali del suo nome e cognome) e svariate omelie per le feste e per altre occasioni. Versato, inoltre, anche nel campo della musica, compose un’opera musicale d’argomento profano  per voci singole e coro e una d’argomento religioso, intitolata, invece, Simhat Mizvah (La gioia del precetto), per l’inaugurazione del Tempio italiano. Terni scrisse anche una preghiera di ringraziamento, Ktav Dat, per la salvezza degli ebrei di F. dai tumulti anti-ebraici del 1790[95].

     

Stampa ebraica

Nel 1734 il duca Giovanni Gastone dei Medici concesse allo stampatore di corte Francesco Moücke di stampare libri ebraici: la sola opera uscita dalla sua stamperia fu un libro di preghiere di rito sefardita, dietro richiesta dei fratelli Gabbai Villareal, mercanti livornesi[96].

Fu attivo a F. dal 1744 al 1755 lo stampatore Isacco di Moisè de Pas, che pubblicò alcuni libri liturgici e dal 1778 vennero pubblicati alcuni libri ebraici dallo stampatore 

Gaetano Cambiagi, tra cui, nel 1791, il poema in onore dell’incoronazione di Leopoldo II, imperatore d’Austria e granduca di Toscana, del poeta toscano Salomone Fiorentino[97].

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[1] Cassuto, U., Gli ebrei a Firenze nell’età del Rinascimento, pp. 9-10.

[2] Ivi, p. 10.

[3] Ivi, pp. 21-22.

[4] Ivi, pp. 28-29; cfr. Margulies, S.H.,Un congresso di notabili ebrei tenuto a Firenze nel 1428, pp. 169-178; cfr. Finkelstein, L., Jewish Self-Government in the Middle Ages, p. 295 e segg.

[5] Cassuto, U., Gli ebrei a Firenze, pp. 14-18; p. 20.

[6] Ivi, p. 196; cfr. Ciardini, M., I banchieri ebrei in Firenze, p. VIII.

[7] Cassuto, U., Gli ebrei a Firenze, pp. 33-34. Per la famiglia da Tivoli, cfr. Cassuto, U., La famiglia di David da Tivoli, in Corriere israeliticoXLV(1906-7), pp. 149-52; 261-264; 297-301. 

[8] Cassuto, Gli ebrei a Firenze, pp. 34-35.

[9] Bemporad Liscia, D.,  Firenze : nascita e demolizione di un ghetto,  p. 47.

[10] Cfr. Cassuto, Gli ebrei a Firenze,  p. 211.

[11] Ivi, p. 40. Sulle precedenti deliberazioni rispetto al segno, cfr. ivi, pp. 38-39. Dalla multa per la mancata ottemperanza all’obbligo del segno venivano, per solito, esentati i medici. Cfr. ivi, p. 182.  

[12] Cfr. ivi, p. 42.

[13]  Cfr. ivi, pp. 42-45.

[14] Ivi, p. 47. Dalla documentazione risulta che tali provvedimenti furono attuati, almeno in parte, per un periodo. Cfr. ivi, p. 48.

[15]  Ivi, pp.  49-54.  

[16] Ivi, pp. 54-59.

[17] Cassuto, Gli ebrei a Firenze, Appendice , doc. LXIV-LXVII.

[18] Ivi, pp. 61-66.

[19] Ivi, p. 67; cfr. Ciardini, M., I banchieri ebrei in Firenze,  p. C, doc. XXXV.

[20]  Cassuto, U., Gli ebrei a Firenze, pp. 75-82.

[21] Durante la peste, morì Daniel da Pisa, mentre a Bologna ritroviamo anche Jechiel o Vitale da Rieti, secondo il Cassuto,  uno dei feneratori fiorentini;  il capo della famiglia da Rieti, Laudadio (Yisma’el) si recò, invece, a Siena.  Alla cerchia dei prestatori fiorentini forse apparteneva anche tale Mosheh da Rieti, anch’egli abitante a Bologna, verso la metà del XVI secolo (ivi, p. 86). Per la peste, che provocò la morte di Daniel da Pisa, maggiorente della comunità  fiorentina, cfr. Roth, C., L’ultima repubblica, p. 4. Il Roth sostiene che la notizia che Daniel si fosse presumibilmente ritirato a Roma non è esatta; cfr. Cassuto, U., Gli ebrei a Firenze, p. 86, dove viene affermata l’ipotesi del soggiorno romano.

[22] Roth, L’ultima repubblica, p. 5.

[23] Cassuto, U., Gli ebrei a Firenze, pp. 86-89.

[24] Sugli Abrabanel , cfr. Margulies, S.H.,La famiglia Abravanel in Italia, pp. 97-107; 147-154.

[25] La carta dei privilegi concessa da Cosimo dava a tutti i mercanti ( greci, turchi, mori, ebrei, armeni e persiani )che avessero voluto trasferirsi a F., per esercitare il commercio, il permesso di abitarvi con le famiglie e la servitù, compresi gli schiavi, purché non cristiani, accordando, tra l’altro, le più estese franchigie alle loro mercanzie che, se fossero state portate per esportarle fuori dello stato, avrebbero potuto restare un anno in deposito nelle dogane senza pagare dazio e altre facilitazioni economiche. Cfr. Toaff, E. , Un rapporto inedito a Napoleone sugli ebrei in Toscana, p. 89.  

[26] Cassuto, U., Gli ebrei a Firenze, pp. 89-90; 176-178.

[27] Dai registri degli Otto di  Guardia e Balia, risalenti agli anni 1466-1481, risulta che giunsero a F. singoli ebrei spagnoli, portoghesi, francesi, tedeschi o polacchi, che si integrarono alla comunità italiana. Cfr. Cassuto, U., Gli ebrei a Firenze, p. 90, n. 2.

[28] Cassuto,  U., Gli ebrei a Firenze, pp. 92-93; 96-97.

[29] Da un cronista dell’epoca si apprende che la rotella gialla era applicata al berretto. Lapini, Diario, Firenze, 1900, p. 157, citato in  Cassuto, U., Gli ebrei a Firenze, p. 103, n. 1.

[30] Ivi, pp. 102-103.

[31] Ivi, p. 104, n. 1.

[32] Per tali informazioni e per i dettagli di questa legislazione a tutela dei minori ebrei, cfr. Toaff, E., op. cit., pp. 95-96.

[33] Cassuto, U., Gli ebrei a Firenze, p. 106; p. 114.

[34] Archivio di Stato di Siena (ASS), Balia 841, c. 225 ( in cui si parla della richiesta dei figli ed eredi di Simone da Rieti di non risiedere in ghetto) citato in Orefice, G., Tra integrazione e separatezza: gli insediamenti ebraici in Toscana, p. 305; p. 319, n.20.  Da una fonte dell’inizio del ventesimo secolo,  sarebbe attestato che, nel 1672, vi erano ebrei che vivevano fuori dal ghetto. Cfr. Levi, G., La lotta contro N. Ch. Chajjun a Firenze, p. 169, n. 2.  Sul dato che, dall’istituzione del ghetto, sino all’ingresso delle truppe napoleoniche (ed oltre), vi fossero ebrei che abitavano fuori del ghetto, cfr. Sciloni, G.,  Noterelle sul “Fuorighetto”: un aspetto della vita degli ebrei di Firenze nell’ultimo periodo della loro reclusione nel ghetto, pp. 63-76.

[35] Roth, C., The History of the Jews of  Italy, p. 316; Cassuto, U., Gli ebrei a Firenze, p. 208.

[36] Sulla data dell’estensione dei privilegi agli ebrei di F., il documento su cui ci basiamo non è univoco, indicando il 1629, in un punto, e, in un altro, il 1639. Cfr. Toaff, E., op. cit., p. 91 e p. 102.

[37]  Le concessioni fatte dal figlio di Cosimo, Ferdinando, nel 1593 ai mercanti ( di qualunque origine) che si fossero stabiliti a Pisa e a Livorno consistevano principalmente nell’impunità per qualunque delitto, compiuto prima di trasferirsi in Toscana, e l’esenzione da tutte le imposte pagate dai cristiani, salvo le gabelle per le merci in cui commerciavano. Inoltre, agli ebrei che andavano a commerciare “in Levante, Ponente, Barberia ed altri luoghi “  veniva concesso di andarvi “sotto nome loro o sotto nome di Cristiani  o altro che a loro piacerà”. Toaff, E., op. cit., p. 95. Per ulteriori particolari sui privilegi del 1593, ivi, p. 90. 

[38] Toaff, E., op, cit., p. 95; cfr. nota precedente.

[39] Ivi, pp. 91-92.

[40] Cassuto, E.J., alla voce “Florenz”; cfr. Idem, Antisemitismo settecentesco, p. 614; Idem, Rivista delle Riviste, in Rivista Israelitica III (1906), pp. 171-176, p. 172. Secondo la fonte del  1811 già citata, gli ebrei sarebbero stati “parificati in tutto agli altri cittadini” con motu proprio del 1789. Toaff, E.,  op. cit., p. 92.

[41] Cassuto, U., Antisemitismo settecentesco, p. 614; su un episodio di intolleranza dell’Accademia dei  Faticanti nei confronti degli ebrei (1779), cfr. ivi, p. 614 e segg.

[42] Ciardini, M., I banchieri ebrei in Firenze nel secolo XV, p. xxxv; p. LXXV.

[43] In caso di problemi giuridici di difficile risoluzione, venivano consultati rabbini di altre Comunità come nel caso del divorzio di Mikhael ben Mordekhai e di Bella Rosa di Salamoncino di Casalmaggiore, in cui venne chiamato a intervenire il celebre rabbino di Mantova Yosef Colon. Cfr. Cassuto, U., Gli ebrei a Firenze p. 214. 

[44] Cassuto, U., Gli ebrei a Firenze,  p. 215; cfr. “Vita culturale”.

[45] Ciardini, M, op. cit., p. LXXVII.

[46] Passerini, Storia degli stabilimenti di beneficenza, Firenze, 1853, p. 554 e p. 791, citato in  Cassuto, U., Gli ebrei a Firenze, p. 218, n. 2. Per la storia successiva della scuola, la cui attestazione più antica risale al 1646, cfr. Margulies, S. H., Il Talmud Tora di Firenze: conferenza storica, in Rivista Israelitica V(1908), pp. 14-24; pp. 48-54.

[47] Toaff, E., op. cit., p. 102.

[48] Dalla vicenda del Ghiron, apprendiamo che il rabbino era il solo tra gli impiegati della Comunità ad avere un contratto rinnovabile ogni cinque anni, mentre gli altri erano salariati giorno per giorno e potevano essere rimossi dalla carica senza bisogno di alcuna disdetta. Levi, G., op. cit., p. 17.

[49]  Cassuto, U., Gli ebrei a Firenze,  p. 90;  Idem, E. J.,  alla voce, “Ghiron Jehuda”; Levi, G., op. cit., pp. 170-185; pp. 5-29.

[50] Margulies, S.H., op. cit., p. 16 e segg.

[51]  Rivlin (Ardos), B., Mutual Responsibility in the Italian Ghetto Holy Societies 1516-1789, pp. 57, 150, 285; Bashan, E., Shviyah ve- pdut be-hevrah  ha-yehudit be-aratzot ha-yam ha-tikhon (1391-1830), p. 228

[52]  Non potevano, inoltre, essere accettate pezze di stoffa tagliate senza una speciale autorizzazione dell’Arte della lana o della seta. Cassuto, U., Gli ebrei a Firenze, p. 120.

[53] Luzzati, M., Gli ebrei nella società e nell’economia fiorentina del secondo Quattrocento: osservazioni ed ipotesi, p. 59. Per alcuni particolari delle operazioni dei banchieri ebrei a F., cfr. ivi, pp. 59-61 e Idem, Firenze e le origini della banca moderna,  p. 433.

[54] Per il funzionamento della società, con esempi specifici del suo modus operandi e degli accordi fra le parti si rimanda a Toniazzi, M., I “da Camerino”, pp 93-95.                                                                  

[55] Cassuto, U., Gli ebrei a Firenze, pp. 172-173.

[56] Roth, C., L’ultima repubblica, p. 5.

[57] Toaff, E., op. cit., p. 89.

[58] Cassuto, U., Gli ebrei a Firenze, pp. 178-182. Per un elenco dei medici che furono attivi a F. dal 1324-26 al 1560, cfr. ivi, pp. 183-185.

[59] Ivi, pp. 185-192.

[60] Per il divieto del 1678, cfr. ASS, Balia, n. 208, c. 45r., citato in Cassandro, M., Gli Ebrei e il prestito ebraico a Siena nel Cinquecento, p. 67, n. 169.

[61] Levi, G., op.cit., pp. 171-173. Secondo il Bartolozzi, che redasse, nel 1811, il Supplemento alle ricerche sullo stato politico e religioso degli ebrei,  i  commercianti ebrei, pagando una tassa gravosa  alle corporazioni, avrebbero potuto vendere le mercanzie vietate. Presumibilmente, il pagamento della tassa  permetteva loro di eludere la legge di tanto in tanto, salvo incappare in misure repressive come quella del 1680. Cfr. Toaff, E., op. cit., p. 70 e p. 98.  

[62] Toaff, E., op. cit., pp. 98-99.

[63] Cassuto, U., Gli ebrei a Firenze, p. 212; cfr. ivi, n. 3; le supposizioni del Cassuto sono state confermate dalle carte rintracciate dal Luzzati (Dal prestito al commercio: gli Ebrei dello Stato fiorentinom nel secolo XVI, pp. 69-70; in particolare, cfr. ivi, p. 70, n. 11). 

[64]  Cassuto, E.J. alla voce“Florenz”;  cfr. Luzzati,  M., Dal prestito al commercio,  p. 71-72; Toaff, E., op. cit.,  pp. 97-99; pp. 100-101. Sul  fatto che forse il numero degli ebrei di F. fosse stato maggiore, dato che non è stato accertato se nel computo fossero stati inseriti gli ebrei abitanti nel “Fuorighetto”, cfr. Sciloni, G., op. cit., p. 67 e segg.

[65] Sulle varie vicende di questo quartiere nel tempo, cfr. bibliografia citata in Cassuto, Gli ebrei a Firenze, p. 112, n. 2.

[66] Bemporad Liscia, D., Firenze nascita e demolizione di un Ghetto, p. 47; cfr. Cassuto, U., Gli ebrei a Firenze, p. 116; cfr. ibidem, n. 1.

[67] Ivi, p. 116; cfr. ibidem, n. 2.  Sulle disposizioni prese dall’Università per regolare la vita interna del ghetto nei suoi più minuti aspetti, cfr. Cassuto, U., I più antichi capitoli del ghetto di Firenze, in Rivista Israelitica IX (1912), pp. 203-211; X (1913-15), pp. 32-40; 71-80.

[68] Bini, M., Edificazione e demolizione del Ghetto di Firenze: prime ricostruzioni grafiche, pp. 288-289; p. 299, nn. 28-31; p. 291 e segg.;  Bemporad Liscia, D., op. cit., p. 48.

[69]  Cassuto, U., Gli ebrei a Firenze, p. 42; p. 216; p. 251.

[70] Le donne che non erano in grado di seguire le preghiere in ebraico si servivano di un testo in italiano, traslitterato in caratteri ebraici, come mostra il sidur scritto per la fiorentina Gentile Tamar di Yitzhaq di San Miniato. Cfr. ivi, p. 217, n. 5.

[71]  Bemporad Liscia, D., op. cit., p. 48; cfr. Nahon, U., Aronot Kodesh e arredi rituali d’Italia in Israele, pp.  113-115.

[72] Bemporad Liscia, D., op. cit., p. 50.

[73] Archivio dell’Università Israelitica di Firenze , busta 56, fasc. 5, citato in Cassuto, Gli ebrei a Firenze, p. 218, n. 1; cfr. ASFi, Magistrato dei Nove, vol. 2895, c. 78, citato in Bini, M., op. cit., p. 300, n. 63. Per ulteriori dettagli sulle due sinagoghe, derivati da rappresentazioni planimetriche settecentesche, cfr. ivi, p. 295-296; cfr.  Bemporad Liscia, D., La Scuola Italiana e la Scuola Levantina nel Ghetto di Firenze: prima ricostruzione, in Rivista d’Arte 38 (1986), pp. 3-48.

[74] Cassuto, U., Gli ebrei a Firenze, pp. 219-220.

[75]  Jacob e David da Perugia erano, come è stato rilevato a suo tempo,  membri  della prima società feneratizia ebraica a  F. Il manoscritto in questione è stato rinvenuto nel British Museum. Cfr. Cassuto, U.,  Gli ebrei a Firenze, p. 35, n.5. 

[76] Cassuto, U., Gli ebrei a Firenze, passim; Berliner, A., Shishah hodashim be-Italia, Febuar-Juli 1873,  p. 62.

[77] Freimann, A., Jewish Scribes, passim; Toaff, E., op. cit., p. 91.

[78] Cassuto, U., Gli ebrei a Firenze, p. 185; p. 218.

[79] Per un approfondimento della figura e dell’attività di Mosheh ben Yoav, cfr. Cassuto, U., Gli ebrei a Firenze, passim e Idem, Un rabbino del secolo XV, in Rivista Israelitica III (1906), pp. 116-128; IV (1907), pp. 33-37.

[80] Cassuto, U., Gli ebrei a Firenze, p. 223-224; 260-64 e passim.

[81] Yaari, A., Massa’ Meshullam mi-Volterra be Eretz Israel, Jerusalem 1949; Cassuto, U., David da Tivoli, pp. 149-152; 261-264; 297-301; Toaff, A., Ebrei a Città di Castello, pp. 21-23.

[82] Cassuto, U., Gli ebrei a Firenze, p. 302 e segg.

[83] Ruderman, D.B.,  The World of a Renaissance Jew: The Life and Thought of Abraham ben Mordecai Farissol, Cincinnati 1981.

[84] Cassuto, Gli ebrei a Firenze,p. 301 e segg.; passim.

[85] Veronese, A., Una societas ebraico-cristiana in docendo tripudiare sonare ac cantare nella Firenze del Quattrocento, , p. 52 e segg.

[86] Cassuto, U., Gli ebrei a Firenze, p. 193.

[87] Ivi, p. 344 e segg.

[88] Ivi, p. 350.

[89] Ivi, p. 351 e segg.

[90]  Cassuto, U., Gli ebrei a Firenze, pp. 358-360.

[91] Per le opere del Frances, Cassuto, U., E.J., alla voce “Frances Immanuel ben David”

[92] Cassuto, U., E.J.,alla voceGhiron Jochanan Graziadio”; Levi, G., op. cit.; Mortara, M., Indice alfabetico dei rabbini e scrittori israeliti, p. 27. 

[93] Cassuto, U., Un pittore ebreo fiorentino del secolo  XVII, in  Vessillo Israelitico LV (1907), pp. 5-11.

[94] Mortara, M., op. cit., p. 10, p. 64; cfr. Cassuto, U., E.J., alla voce  “Cases Chananja ben Menachem”.

[95] Shirman, H.,  Ha- teatron ve ha-musiqah be-shkhunot ha-Yehudim be-Italia, pp. 107-108; cfr. J.E., alla voce “Terni Daniel ben Moses David”.  

[96] Amram, D.W., The Makers of Hjebrew Books in Italy, pp. 404-405.

[97] Friedberg, H.D., Toledot ha-defus be Italia, p. 88. Su Salomone Fiorentino, che  visse per un periodo a F., dopo l’ingresso delle truppe francesi, v. Toaff, A., L’opera ebraica di Salomone Fiorentino, in RMI XV (1949), pp. 195-213.

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