Empoli

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Empoli

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Provincia di Firenze. Sito nel Valdarno inferiore, fu noto fin dall’epoca romana e compare nella documentazione medievale dall’VIII secolo. Fu sotto il dominio dei conti Guidi nel XII secolo, al termine del quale un giuramento degli abitanti al Comune di Firenze testimonia il passaggio del centro sotto l’influenza di questa città.

La prima notizia che si possieda in merito alla presenza ebraica ad E. è relativa ad una richiesta di quel Comune perché  iudei potessero stanziarsi in dicta terra ad fenerandum: l’autorizzazione fu però negata dal governo fiorentino il 14 agosto 1399[1]. È tuttavia probabile che negli anni immediatamente successivi i prestatori ebrei siano riusciti a stanziarsi ad E., perché fra i Comuni  dello Stato Fiorentino che nell’agosto del 1406 chiesero di far riaprire i banchi di prestito ebraico compare anche questo[2]. La tassa che il banco ebraico avrebbe dovuto pagare era di 100 fiorini d’oro l’anno e sappiamo che, nel 1412, il Comune di E. risultava debitore di 200 fiorini d’oro nei confronti di un Consiglio giudeo il quale presta in Empoli[3].

È possibile che la vicinanza con San Miniato abbia sconsigliato, negli anni immediatamente successivi, il mantenimento di un banco autonomo ad E., ma è probabile che alcuni ebrei abbiano continuato a risiedervi per gestire una sorta di filiale del banco di San Miniato. Sappiamo ad esempio che nel 1430 il titolare della condotta di prestito di San Miniato, era creditore di persone residenti ad E.[4].

Il rinnovo, nel 1432, della condotta concessa per San Miniato ad Abramo di Dattilo di Matassia di Sabato da Roma (o da Perugia o de Synagoga)  era poi esplicitamente ritenuto valido anche per l’esercizio dell’attività di prestito ad E.[5]. Dal 1433 due figli di Abramo, Dattilo e Emanuele, risultano così essere  factores, procuratores, negotium gestores … in quodam exercitio fenoris nuper per eum instituto in castro Empolis[6] ed Emanuele di Abramo di Dattilo è definito feneratore in questa località nel 1435-1436[7].

Per i decenni immediatamente seguenti, non sono finora emerse conferme dirette di condotte che garantissero l’esercizio del prestito su pegno ad E., ma indicazioni sull’esistenza di un banco sono reperibili grazie ad altre fonti documentarie. Ad esempio, in un atto datato 9 ottobre 1455 e rogato dal notaio Antonio da Romena, Manuele di Abramo di Dattilo è detto feneratore nel castello di E., con facoltà di nominare e revocare i propri soci e sottoposti, come esplicitamente previsto da una capitolazione ufficiale[8].

Il primo nuovo accordo, il cui testo sia giunto fino a noi, è del 1481[9]. Il 6 novembre di quell’anno venne stipulata una condotta di durata decennale, a partire dal 10 novembre 1483, con la quale si garantiva a una ormai lunga serie di membri della famiglia da San Miniato, tutti discendenti da Abramo di Dattilo di Matassia  (Isacco, David, Jacob, Abramo di Manuele di Abramo, Abramo e Zaccaria di Dattilo di Abramo, Bionda vedova di Angelo di Abramo e i suoi figli, Abramo e Dattilo) la possibilità di esercitare il prestito su pegno nel Comune di E., a fronte di una tassa pro fenerando di 90 fiorini d’oro larghi. Nel documento è reso esplicito il riferimento ad una precedente condotta quinquennale, datata 1478, il cui testo non ci è pervenuto: la condotta del 1481 venne dunque stipulata prima della naturale scadenza di quella del 1478.

Fin dal 1437 i da San Miniato, poi, erano anche impegnati nelle attività dei banchi fiorentini. Nel 1491, ad esempio, Abramo di Dattilo di Abramo e Isacco e Davide di Manuele di Abramo sono menzionati come titolari tanto del banco fiorentino detto “Al Pagone” quanto del banco di E.: la concessione di esercitare il prestito sia qui che nella città di Firenze fu confermata da una autorizzazione unica per entrambi i banchi, risalente allo stesso 1491 [10].

I membri della famiglia da San Miniato, noti anche per il loro impegno in campo culturale[11],  risiedevano sia ad Empoli che a Firenze e si avvalevano naturalmente della collaborazione di altri ebrei per la conduzione dei loro affari e per ogni altra loro necessità. Così Angelo di Elia da Mestre era cassiere del banco di E. nel 1480[12] e il 4 giugno 1492 Abramo di Dattilo di Abramo da San Miniato nominò Israele e Josef di Abramo da Cittaducale, Angelo di Aliuccio di Matassia da Vetralla e Manuele di Davide da Bologna, gli ultimi due abitanti a Città di Castello, come gestori del banco di E.[13].  L’11 aprile 1494 sempre Abramo da San Miniato richiese per i già citati Israele e Josef e per Salomone di Maestro Gabriele de Francia il privilegio di non portare il segno per tutta la durata di nuova condotta avviatasi nel 1493[14]. E ancora, il 16 giugno 1495 David di Emanuele di Abramo da San Miniato richiese l’esenzione dal segno distintivo per Consiglio di Sabato da Rimini[15].

Nel luglio del 1495, inoltre, risultava presente nel centro toscano anche un Jacob vocatus spagnolo ebreus[16].

La sospensione del prestito ebraico decretata dalle autorità fiorentine, dopo la cacciata di Piero de’ Medici dalla città, nel dicembre 1495[17], se provocò forse l’interruzione ufficiale dell’attività feneratizia ebraica ad E., non comportò l’allontanamento degli ebrei dalla cittadina: essi erano in gran parte membri della famiglia da San Miniato, ma non mancavano altre presenze, come quella di un Sansone, o Senson, ebreo de Hyspania e calzolaio, attestato nel settembre del 1496 e nel novembre del 1497[18].

Il governo fiorentino non cessava di vigilare sugli ebrei empolesi, che erano ormai prevalentemente dediti al piccolo commercio e ad attività artigianali. Fra l’agosto 1497 ed il gennaio 1498 i Dieci di Libertà e Balia richiesero al podestà locale di verificare che David di Emanuele da San Miniato, residente ad E., avesse pagato una multa di quasi 60 fiorini che gli era stata comminata[19]. Al marzo-aprile del 1498 risale, invece, la documentazione relativa ad una lite, verificatasi nella sinagoga, ospitata in domo ebreorum (verosimilmente i da San Miniato), tra Guglielmo di Isacco di Manuele di Abramo da San Miniato, e un Simone, definito spagnolus maranus, per il possesso di un libro, di proprietà del primo contendente, che Simone voleva trattenere[20]. Il 9 dicembre 1500 gli Otto di Guardia e Balia richiesero al podestà di E. di convocare Abramo e Isacco di Manuele da San Miniato e il figlio di Isacco, Guglielmo, e di trattenere tutte le cose sequestrate agli ebrei su istanza degli Ufficiali delle Vendite[21].

Documentazione analoga a quella più sopra passata in rassegna sussiste per tutto il primo decennio del Cinquecento, ad anche oltre, e testimonia della persistenza dell’insediamento ebraico empolese: in posizione dominante continuavano ad essere i membri della famiglia da San Miniato (ormai frequentemente designata con il cognome “da Empoli”), ma essi erano affiancati sia da altri ebrei italiani, sia da ebrei sefarditi di recente immigrati[22].

Con il ritorno dei Medici a Firenze poté riprendere ufficialmente anche ad E. l’attività feneratizia. La nuova condotta, decennale e motivata con il fatto che mancavano da diverso tempo ebrei feneratori che sopperissero alle necessità della popolazione, venne stipulata nell’ottobre del 1514. I titolari erano di nuovo e sempre i da San Miniato: Isacco di Manuele di Abramo, assieme con i figli Zaccaria e Raffaele, e Abramo di Dattilo di Abramo, con i figli Salomone e Angelo, omnes habitantes in dicto casto Emporii. I nuovi capitoli stabilivano per i prestatori la possibilità di esercitare l’attività anche nelle aree circostanti, fino ad una distanza di dieci miglia. Era inoltre permesso ai detentori dell’attività di nominare socii, discipuli, factores et ministri ai quali estendere i benefici loro concessi dalla condotta. L’annuale tassa pro fenerando venne fissata a 50 fiorini d’oro larghi, con la clausola che potesse essere aumentata dopo i primi tre anni, per una cifra compresa tra i 15 e i 70 fiorini[23].

Il 2 dicembre 1517 la tassa venne effettivamente aumentata, passando da 50 a 70 fiorini annui, condizione che venne accettata da Abramo di Dattilo a nome di tutti i titolari della condotta[24].

All’anno successivo è datato un episodio che testimonia dei rapporti, non sempre distesi, tra gli ebrei empolesi, le autorità fiorentine e la popolazione del centro toscano. Alla fine del marzo 1518, nell’imminenza della Settimana Santa (la Pasqua cadeva il 4 aprile) gli Otto di Guardia e Balia fiorentini imposero al podestà di E. di rendere pubblico un bando in difesa degli ebrei. Ciò nonostante, qualche settimana più tardi si verificarono dei disordini, scatenati dal fatto che il figlio del banchiere Zaccaria di Isacco di Manuele di Abramo da San Miniato, Angelo, di età inferiore ai cinque anni, aveva commesso un gesto considerato sacrilego, lanciando, durante una processione, dei frammenti di vasi super vexillo crucis. Zaccaria venne quindi condannato ad una ammenda di 25 fiorini d’oro, ai quali dovette aggiungerne altri 10 per la realizzazione di un’immagine della Vergine che venne poi eseguita nella bottega di Andrea della Robbia. Subito dopo l’episodio, comunque, venne promulgato un altro bando in difesa degli ebrei  residenti a E.[25].

I patti per la gestione del prestito ebraico siglati nel 1514 vennero rinnovati per cinque anni, alle condizioni precedenti, nell’ottobre del 1524: i titolari erano per una metà Abramo di Dattilo da San Miniato, con i figli Salomone e Angelo, e per l’altra metà Zaccaria di Isacco di Emanuele, ora detto “da Empoli”[26]. Alle nuove capitolazioni si fa riferimento anche il 30 luglio del 1526, quando Salomone di Abramo di Dattilo da San Miniato nominò tra i beneficiari della condotta del banco Joseph Jacob hispanum hebreum, che era però obbligato a non svolgere altra attività che quella di rigattiere[27].

Nel giugno del 1527 la rinnovata Repubblica fiorentina abolì nuovamente tutti i banchi di prestito ebraico ed anche quello di E. venne ovviamente chiuso. Ciò nonostante la popolazione ebraica della cittadina non scomparve e, come nel periodo 1495-1514, si dedicò al commercio, all’artigianato ed a modeste produzioni industriali. Esponenti dei da San Miniato, ed altri ebrei non appartenenti a questo ceppo familiare, fra i quali alcuni sefarditi, in primis i membri della famiglia Alpilinc, continuano infatti ad essere ricordati nella documentazione, a volte addirittura come iscritti alle Arti per oltre quarant’anni. Fra l’altro appaiono frequenti ora, e all’insegna della reciproca collaborazione. i rapporti con la popolazione cristiana[28].

Agli ebrei empolesi si aggiunsero nuovi immigrati, come Emanuele di Ventura da Supino, negli  Stati della Chiesa, una cui figlia quindicenne, nel 1560, fu sottratta alla famiglia e battezzata. Raffaele, altro figlio di Emanuele, continuò a risiedere a E. almeno fino al 1567 e, con ogni probabilità, si trasferì in seguito nel ghetto di Firenze[29]. Ad Empoli risiedette anche un membro della famiglia di origine bolognese degli Sforno: Mattasia di Davide[30] . Alcuni degli ebrei empolesi, fra cui i discendenti, ormai italianizzati, di immigrati dalla Spagna, si spostarono a Pontedera intorno alla metà secolo: dopo il 1570, salvo alcuni convertiti rimasti in loco, essi si trasferirono nel ghetto di Firenze[31] (31). L’esistenza di un ancor consistente nucleo ebraico ebbe probabilmente il suo peso nella scelta di E. come sede di uno dei banchi ebraici che vennero riaperti alla fine del 1547 in quello che era ormai divenuto, sotto Cosimo I de’ Medici, il Ducato di Firenze. I concessionari del rinnovato banco di E. non furono però più i da San Miniato, ma gli Abravanel, cui successero, nel 1564, Laudadio, Leone e Mosé di Abramo di Isacco di Vitale da Pisa, che erano anche titolari dei banchi di Pescia, San Giovanni Valdarno e Prato[32].

Nel 1570, alla vigilia dell’obbligo per tutti gli ebrei del Granducato di Toscana di andare ad abitare soltanto nei ghetti di Firenze e Siena, il numero degli ebrei presenti a E. era di 43, il 6% di tutta la popolazione ebraica presente nell’antico Stato fiorentino[33].  Il cognome “da Empoli” fu per qualche tempo utilizzato da ebrei originari dalla centro valdarnese: si ricorda ad esempio, a Firenze nel 1597, un Giuseppe da Empoli, convertito, cui furono sottratti due figli per evitare che venissero anch’essi battezzati[34].

Bibliografia

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Waldman L. A., A late work by Andrea della Robbia rediscovered: The Jews’ tabernacle at Empoli, Apollo, CL (09/1999), pp. 13-20.


[1] Archivio di Stato di Firenze (ASFi), Miscellanea repubblicana, n. 144, c. 168rv; cfr. Tanzini, L., Un aspetto, p. 6, nota 15.

[2] Ciardini, M., I banchieri, p. 26.

[3] ASFi, Estimo, n. 247, c. 118r [90r/v.n.]; cfr. Bruscino, A., Una presenza ebraica di lungo periodo, p. 110.

[4] Archivio Storico Comunale di Empoli (ASCE), Archivio del Podestà di Empoli, Atti Civili, registro n. 1, cc. 56v e 69v, cfr. Bruscino, A., Una famiglia di banchieri ebrei, Appendice II, n. 15, p. 172 e n. 16, p. 173.

[5] ASFi, Capitoli, Appendice n. 29, cc. 18r-22v, trascritto in Bruscino, A., Una famiglia di banchieri ebrei, Appendice I, doc. n. 5 pp. 122-141 (cfr. p. 123).

[6] ASFi, Notarile Antecosimiano, n. 17990 [già R 187], cc. 407r/v., regestato in Bruscino, A.,Una famiglia di banchieri ebrei, Appendice II, doc. n. 20, pp. 176-177.

[7] ASCE, Archivio del Podestà di Empoli, Atti civili, registro n. 3 (1403-1436), cc. 17r. e 28r., con regesto in Bruscino, A., Una famiglia di banchieri ebrei, Appendice II, docc. nn. 22 e 23, p. 178 e 179.

[8] ASFi, Notarile Antecosimiano, n. 15031, c. 19r: cfr. Bruscino, A., Una presenza ebraica di lungo periodo, pp. 19-20.

[9] ASFi, Capitoli, Appendice, n. 30, cc. 80r-81v [v. n., cc. 56r-57v.]:  cfr. Bruscino, A., Una presenza ebraica di lungo periodo, pp. 20-22 e pp. 204-207.

[10] Ivi, pp. 22-23 e  243-244.

[11] Cassuto, U., I libri, pp. 217-249; Id., Gli ebrei, pp. 224-225.

[12] Luzzati, M., La casa dell’ebreo, p. 242.

[13] Bruscino, A., Una presenza ebraica di lungo periodo, pp. 23 e  247.

[14] Ivi, p. 23 e  255-256.

[15] Ivi, pp. 24 e  260.

[16] Ibidem.

[17] ASFi, Provvisioni, n. 186, cc. 167v: cfr.  Cassuto, U., Gli Ebrei a Firenze, pp. 66-67, Ciardini, M., I banchieri ebrei a Firenze,  p. 100.

[18] Bruscino, A., Una presenza ebraica di lungo periodo, pp. 24, 266 e 267.

[19] Ivi, pp. 24, 268 e 271.

[20] Ivi, p. 274.

[21] Ivi, pp.  24 e 279.

[22] Ivi, pp. 281-370.

[23] Ivi, pp. 25-40 e 370-403.

[24] Ivi, pp.  27 e 422.

[25] Ivi, pp. 92-94, 424 e 428-434.

[26] Ivi, pp. 40 e 459.

[27] Ivi, pp. 40 e 464.

[28] Bruscino, A., Una presenza ebraica di lungo periodo, pp. 40-41, 76-78 e 466-482. Siegmund, S.B., The Medici State, pp. 123 e 185-189.

[29] Luzzati, M., La casa dell’ebreo, p. 144; Siegmund, S.B., The Medici State, p. 49.

[30] Siegmund, S.B., The Medici State, pp. 188-189 e 455.

[31] Luzzati, M., La casa dell’ebreo, p. 142; Siegmund, S.B., The Medici State, ad indicem alla voce Pontedera.

[32] Luzzati, M., La casa dell’ebreo, pp. 118, 277, 281, 284, 285 e 286.

[33] Luzzati, M., La casa dell’ebreo, p. 273.

[34] Prosperi, A., Inquisizione, p. 91; Frattarelli Fischer, L., Vivere, p. 217.

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