Anghiari

Titolo

Anghiari

Testo

Anghiari (אנגיארי)

Provincia di Arezzo. Di origine romana, il centro è citato per la prima volta in epoca medievale nell’XI secolo.  Prima controllato dai signori di Galbino e poi dai camaldolesi, fu nel 1440 teatro dell’omonima battaglia tra i fiorentini (alleati della Santa Sede) ed i milanesi.

 

La presenza ebraica ad A. sin dagli anni Quaranta del XV secolo, se non da prima, si inferisce dal cosiddetto Palio dell’Hebreo, attestato nella località dal 1442 al 1571[1].   

Dattero o Dattilo (Yoab) di Salomone di Vitale da Camerino, dopo essere stato attivo nel prestito, durante gli anni Ottanta del XV secolo, in una serie di località, tra cui A., si recò a Firenze, dove entrò a far parte della società che gestiva il banco della Vacca: le vicende che avrebbero portato al decreto di espulsione degli ebrei da Firenze, nel 1495, però, lo colpirono fortemente dal punto di vista economico, inducendolo ad attestarsi in un primo moneto nei centri minori dello Stato fiorentino, tra cui A., dove era ospite di Yosef di Samuele da Gubbio. La storia delle spiacevoli vicissitudini di Dattero è descritta in una serie di lettere in ebraico, che ci sono pervenute[2]

In un manoscritto recante alcune informazioni su A. si trova la menzione di tale Lorenzo Hebreo sonator di liuto, cui la comunità anghiarese  procurò un costume acconcio perché suonasse il suo strumento nell’entrata de’ Priori e nelle solennità[3].

Nel 1556 venne concessa agli Abravanel l’autorizzazione di aprire un banco ad A., con condotta quindicennale e dietro pagamento di una tassa di 50 scudi annui per  l’esercizio del prestito: amministratore per loro conto era Leoncino di Città di Castello, seguito, poi, da tale Emanuele o Manuello[4].

Analoga autorizzazione fu data anche per una serie di altre località, subordinandola al consenso delle singole Comunità[5]. La ragione principale del consenso di A. alla presenza di un banco ebraico fu, presumibilmente, il desiderio di distinguersi per un puntiglio campanilistico dalla vicina Borgo San Sepolcro, che lo aveva rifiutato[6]. Il tasso di interesse, che era del 30%, venne portato, all’inizio degli anni Sessanta del secolo al 20%, con il disegno di abbassarlo, intorno al 1570, al 12-14%: gli Abravanel tennero aperto, in questo lasso di tempo solo il banco di A., la cui concessione sarebbe scaduta nel 1571[7].

Nel 1567 Cosimo I impartì al Vicario di A. direttive per far rispettare il feneratore che agiva per conto degli Abravanel, “Manuello Hebreo”,  la sua famiglia e il suo entourage[8].

Nel 1565 Shlomoh Kohen compilava ad A. una miscellanea, che si trova in un codice custodito nella biblioteca Bodleiana[9].

Nella seconda meta del '500 abitava a A. il poeta Baruch b. Eliezer Haccohen. Alcune sue lettere scambiate con Yair b. Shabbatai da Correggio, autore di Herev Pipiyoth. Un altro Baruch (b. Shlomo Cohen) copiò nel 1570 ad A. una collezione di lettere modello, compresa la corrispondenza con Yair da Correggio[10]

In vista della segregazione nei ghetti di Firenze e Siena, le autorità granducali promossero un’inchiesta sulle presenza ebraica,  nel 1570, da cui risultava quella di 8 ebrei a A.[11].

Bibliografia

Cassuto, U., Gli ebrei a Firenze nell’età del Rinascimento, Firenze 1918.

Luzzati, M., Dal prestito al commercio: gli ebrei dello Stato fiorentino nel secolo XVI, in Id., La casa dell’Ebreo, Pisa 1985, pp. 265-295.

Margulies, S. H., La famiglia Abravanel in Italia, in Rivista Israelitica III (1906), pp. 147-154.

Salvadori, R., Breve storia degli ebrei toscani, Firenze 1995.

Salvadori, R., Presenze ebraiche nell’aretino dal XIV al XX secolo, Firenze 1990.

Toniazzi, M., I “da Camerino”: una famiglia ebraica italiana fra Trecento e Cinquecento, tesi di dottorato presso l’Università di Firenze 2013.

Yair b. Shabbatai da Correggio, Herev Pipiyoth (Rosenthal, J., ed.), Jerusalem 1958 (ebr.).


[1] Salvadori, R., Presenze ebraiche nell’Aretino dal XIV al XX secolo, p. 100, n. 9. Per ulteriori informazioni su tale palio, finanziato probabilmente in maniera forzosa dagli ebrei, cfr. ivi, p. 55, n. 6.

[2] Su Dattero di Salomone da Camerino, cfr. Archivio di Stato di Firenze (d’ora innanzi ASFi), Otto di Guardia e Balia, Repubblica,  n. 72, c. 40v; n. 74, c. 102r ; n. 76, c. 172r; n. 96, c. 45r; n. 97, c. 96v (citato in ivi, p. 47, n. 31) e Toniazzi, M., I “da Camerino”: una famiglia ebraica italiana fra Trecento e Cinquecento, passim. Sulle lettere di Dattero, recanti  solo il suo nome ebraico (Yoab), cfr. Cassuto, U., Gli ebrei a Firenze nell’età del Rinascimento, p. 332.  

[3] Cfr. il ms. L. Taglieschi “Priorista”, filza 1267, c. 127, citato in Salvadori, R., op. cit., p. 55, n. 6.

[4] ASFi, Magistrato Supremo , n. 4449, cc. 66v-67r., 20 marzo 1556,  citato in Luzzati, M., La casa dell’Ebreo, p. 279, n. 31; cfr. Margulies, S.H., La famiglia Abravanel in Italia, pp. 152-153; cfr. Salvadori, R., op. cit., p. 55, n. 6.

[5] Le altre località, per cui era stata data l’autorizzazione agli Abravanel nel 1548 erano: Borgo San Lorenzo, Borgo San Sepolcro, Cortona, San Giovanni Valdarno, Castrocaro, Pescia ed Empoli. Di esse, le seguenti rifiutarono la presenza di un banco ebraico: Borgo San Lorenzo, Borgo San Sepolcro, Castrocaro, Cortona e Pescia (cfr. ivi, pp. 277-278).   

[6] Ivi, p. 279. Secondo il Luzzati, l’autorizzazione ad aprire banchi ebraici sarebbe stata dettata,  più che non da un’effettiva urgenza economica locale, dalla volontà di ricompensare alcuni ebrei per i loro servizi, offrendo un’opportunità per far fronte alle difficoltà economiche che si fossero presentate in alcune località toscane, e,  d’altra parte, dal desiderio di dare impulso alle economie locali. In ogni caso, data la relativa esiguità dell’apporto della tassa feneratizia, sarebbero da escludere  motivazioni legate all’obiettivo di rimpinguare l’erario fiorentino (ivi, p. 278). Per quanto riguarda A., tuttavia, è da rilevare che nel proemio dei capitoli concessi per il banco veniva dichiarata esplicitamente l’intenzione di sopperire al fabbisogno economico della popolazione (cfr. Margulies, S.H., op. cit.,  p. 153).     

[7] Luzzati, M., op. cit., p. 283, n. 42.

[8] Salvadori, R., op. cit., p. 54, n. 3.

[9] Cassuto, U., op. cit., p. 360.

[10]  Rosenthal, J., Introduzione a Herev Pipiyoth, pp. 6s.

[11] ASFi, Magistrato Supremo, 4450, c. 172v., citato in Salvadori, R., Breve storia degli ebrei toscani, p. 137, n. 3; cfr. Luzzati, M., op. cit., p. 273, Tabella 1.

Geolocation