Gubbio

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Gubbio

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Gubbio (גוביו)

Provincia di Perugia. Posta sulle pendici del monte Ingino e chiamata anticamente Iguvium (o Euguvium), fu città umbra e, poi, romana. In pieno Medioevo si alternarono nel governo di G. guelfi e ghibellini e la città. dopo essere stata in lotta con la Chiesa cui non voleva sottomettersi, anziché continuare a far parte del ducato di Spoleto, si diede in volontaria sottomissione ad Antonio di Montefeltro, duca di Urbino, nel 1384.  
Mentre sappiamo priva di ogni fondamento la notizia relativa alla presenza di banchieri ebrei a G. durante la prima metà del XIV secolo, ci sono, invece, rimasti documenti relativi al ricorso da parte dei cittadini a feneratori ebrei di altre città umbre, così come è attestata  una presenza ebraica saltuaria in città, presumibilmente legata all’esercizio semiclandestino del prestito[1]. Con il passaggio di G. al  duca di Urbino, venne a cadere il divieto di accettare in città feneratori  forenses ed i consoli si misero in contatto con un’importante compagnia bancaria perugina, perché esercitasse il prestito nella città e nel contado. La trattativa, tuttavia, non andò in porto, per motivi di cui non ci  è rimasta notizia, mentre troviamo installato a G. Abramo di Consiglio di Angelo, probabilmente giuntovi nel 1386, che risultava domiciliato nel quartiere di S. Pietro[2].

Oltre all’attività feneratizia, Abramo di Consiglio esercitava, talvolta, anche la vendita di bestiame da soma[3]

Nel 1387 una compagnia perugina, composta da Magister Musetto di Salomone e da sua madre, Dolcetta di Guglielmuccio, firmò la prima condotta feneratizia[4].

Sull’arrivo di altre famiglie, oltre a quella di Abramo di Consiglio e di Magister Musetto di Salomone, rimangono sporadiche notizie nei documenti d’archivio dell’epoca[5].

Nel 1404 vennero rinnovati i capitoli con il Comune e a sottoscriverli, questa volta, fu il figlio maggiore di Abramo, Consiglio, che si rivolse alle autorità per chiedere l’apertura di un banco di prestito, lasciando adito all’ipotesi che quello di Magister Musetto e di Dolcetta avesse nel frattempo chiuso i battenti[6]. I patti stipulati con Consiglio erano identici a quelli conclusi con Musetto e Dolcetta e, contemporaneamente, davanti al Gonfaloniere di Giustizia Balduccio di Domenico, l’ebreo Dattilo di Guglielmino da G., presumibilmente un anziano fattore del banco, si impegnò a far approvare il testo degli accordi al padre di Consiglio, ut idem Consiglius ad observandum omnia et singula in ipsis capitulis contentis obligetur et sit de jure efficaciter obligatus[7].

Consiglio rimase a G. a gestire il banco almeno sino al 1419, trasferendosi, in seguito, a Perugia[8] (ma comparendo, comunque, nel 1421 come socio di Musetto di Aliuccio da Candia, che si era stabilito in città dagli inizi del secolo, in una condotta decennale da questi stipulata)[9].

Il banco dei da G. rimase intanto affidato a Samuele, che proseguì le proprie attività sino all’ultimo quarto del secolo.

In seguito, il figlio di Samuele, Lazzaro, si spostò a Città di Castello, dove assunse un posto di rilievo come banchiere, agli inizi del XVI secolo: con lui cessano le notizie sui feneratori della famiglia “da Gubbio”[10].

Attività economiche

Oltre all’attività feneratizia dai documenti risulta che tale Isaia  presumibilmente da identificarsi con Isaia di Magister Daniele, all’epoca di Antonio da Montfeltro il maggior feneratore di Urbino, attivo anche nei traffici mercantili)  era impegnato, insieme ad altri mercanti ebrei, nel traffico di bambagia e nell’importazione a G. di veli di cotone. È stata avanzata, con buone ragioni, l’ipotesi che in banchieri ebrei fossero coinvolti nell’importazione del cotone attraverso il porto d’Ancona e nella sua distribuzione nell’Italia centrale, come materia prima e a lavorata, posto anche che la lavorazione dei tessuti è attestata in varie città, tra cui G.[11].

Vita culturale

Nel 1390-91 soggiornò a G., il noto copista Yequtyel di Yehyel mi-Bethel, che aveva sposato una figlia di Abramo di Consiglio e copiò per la biblioteca del suocero svariate opere di pregio[12]. La biblioteca ebraica di Abramo di Consiglio, di notevole ricchezza, era presumibilmente passata in eredità al nipote, Samuele di Consiglio,  per il quale lo scriba Elhanan di Shimhon di Calabria copiò il Grande libro dei precetti di Mosè diCoucy e lo scriba fiorentino Shemaryah di Abraham Yehyel copiò il formulario liturgico di rito italiano[13].

 

Bibliografia

Toaff, A. Gli ebrei a Gubbio nel Trecento , in Bollettino della Deputazione di Storia Patria per l’Umbria LXXVIII (1981).

Toniazzi, M., I “da Camerino”: una famiglia ebraica italiana fra Trecento e Cinquecento, tesi di dottorato presso l’Università di Firenze 2013, Tutor Prof. G. Pinto.

Veronese, A., La presenza ebraica nel ducato di Urbino nel Quattrocento, in Atti Italia Judaica VI (1995), Roma 1998, pp. 251-281.


[1] Toaff, A., Gli ebrei a Gubbio nel Trecento, pp. 154-155; sull’ipotesi di una presenza ebraica nella prima metà del  Trecento, cfr. ivi, p. 164, n. 10.

[2] Ivi, p. 155.

[3] Ivi, p. 169, n. 21.

[4] Nei capitoli l’interesse sul prestito era fissato al 45% per somme equivalenti o superiori a 1 fiorino, mentre per somme inferiori, i feneratori potevano pattuire l’interesse direttamente con i clienti. Il conte Antonio da Montefeltro e il Comune si riservavano, tuttavia, il diritto di chiedere prestiti senza interesse per somme sino a 100 fiorini  per tre mesi, ogni anno, e di chiedere altri 100 fiorini all’interesse ridotto di 1 bolognino per fiorino al mese. Gli ebrei venivano esentati dal pagamento  delle tasse comunali e degli altri gravami finanziari, da cui erano esentati gli stranieri. I pegni non riscattati dopo un anno avrebbero potuto essere venduti dai feneratori ed i libri contabili ebraici facevano fede in ogni eventuale contenzioso. Nessun funzionario comunale poteva imporre prestiti forzati agli ebrei sotto pena di multa pecuniaria, così come nessun ebreo poteva esercitare l’attività feneratizia a G. senza previo assenso dei feneratori con i quali era stata stipulata la condotta. Oltre al diritto al rispetto del riposo sabbatico e delle feste ebraiche, i feneratori e il loro entourage godevano del diritto di cittadinanza e della possibilità di dedicarsi, oltre che al prestito, anche al commercio, ivi compreso quello dei generi alimentari. Per il testo dei capitoli, cfr. ivi, pp. 184-187.

[5] Ivi p. 159.

[6] Ivi, pp. 159-160. Per il testo dei capitoli, cfr. ivi, pp. 188-192.

[7] Archivio Storico del Comune di Gubbio, Fondo Riformanze, registro n. 16, c. 108r, citato ivi, p. 171, n. 46.

[8] Ivi, p. 161.

[9] Cfr. Veronese, A., La presenza ebraica nel ducato di Urbino, pp. 277-278.

[10]  Sulla genealogia dei “da Gubbio”, cfr. Toaff, A., op. cit., p. 173. Lazzaro aveva anche due sorelle, come si evince dalle disposizioni testamentarie di Emanuele di Bonaiuto da Camerino, zio della madre di Lazzaro, Marchigiana di Leone da Camerino (cfr. Toniazzi, M., I “da Camerino”, pp. 135-136.

[11] Ivi, pp. 159-160.

[12] Per ulteriori particolari, vedi ivi, pp. 156-157.

[13] Per ulteriori particolari, cfr. ivi, p. 162.

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