Acqui

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Acqui

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Provincia di Alessandria. Antica Aquae Statiellae, posta presso la riva sinistra della Bormida, fu dominio dei Paleologi fino al 1536, anno in cui passò sotto la signoria dei Gonzaga. Nel 1566 la cittadina divenne sede del senato ducale e, dal 1614, insieme  Monferrato fu preda delle diverse guerre per la successione, che durarono fino al 1630. Nel 1627, alla morte dell'ultimo duca del ramo diretto dei Gonzaga, Carlo di Nevers ricevette in feudo il ducato.

Nel 1708 durante la guerra di successione spagnola i Savoia occuparono A. e ciò che restava del Monferrato: la pace di Utrecht nel 1714 sanzionò le nuove acquisizioni territoriali.

Nel 1796 A. fu occupata dalle truppe rivoluzionarie francesi, ma, nel 1815 con la Restaurazione, tornò nelle mani dei Savoia[1].

I primi ebrei giunsero, probabilmente, ad A., come nel resto del Monferrato, dalla Francia e dalla Savoia, in seguito alle espulsioni dei secoli XIV-XV. Si ritiene, però, che il nucleo principale provenisse dalla successiva espulsione spagnola del 1492. Comunque, una piccola Comunità esisteva di certo ad A. sotto il dominio dei Paleologi e, per quanto la riguarda, l'unica notizia è quella che si trova nella Cronaca del canonico Gabriele Chiabrera, che ricordava in data 1480 il battesimo dato ad un ragazzo ebreo di dodici anni[2].

Nel XVI secolo la diffusione dei banchi di prestito nel Monferrato, e quindi anche in questa località, accompagnò l'affermazione di un più consistente gruppo ebraico.

Tra il 1570 e il 1576, Rabbi Israel gestiva l'unico banco di prestito esistente ad A. e, nel 1587, un suo figlio lo dette in affitto per quattro anni a David de' Sacerdoti Rovere ed al cognato di questi, Ventura de' Bachi. Allo scadere dei quattro anni il proprietario si riprese il banco e i due, non potendo più svolgere la loro attività di prestatori, decisero di lasciare A., ma per partire dovettero prima ottenere l'autorizzazione ducale e quella dell' Università degli ebrei, come stabilito dai capitoli della tolleranza, che ebbero versando 50 scudi a testa.

I de' Sacerdoti Rovere erano una facoltosa famiglia di banchieri che estese l’attività di prestito a Cortemilia e a Casale Monferrato. Leone, fratello di David, gestì, per suo conto un altro banco di prestito ad Asti, che dipendeva dai duchi di Savoia. Anche nella vicina Monastero essi possedevano, insieme a Claudio Levi, un altro banco feneratizio, prova che controllavano un'ampia società di prestito, con diramazioni anche negli stati limitrofi.

Nel 1600 il duca Vincenzo I Gonzaga sospese i privilegi  in tutto il Monferrato, a causa dell'accusa rivolta agli ebrei di non osservare, negli interessi che richiedevano sul prestito, le disposizioni contenute nei capitoli ducali. Nel 1601 il decreto fu revocato, ma fu imposto il pagamento di una tassa speciale per tutti coloro che erano ritenuti colpevoli di avere infranto i patti: gli ebrei di A. furono, per questa ragione, costretti a pagare ai commissari ducali 126 scudi.

Nel 1603 il banco di A. passò in gestione a Moisè Melli, che lo tenne insieme al fratello Emilio e a Ventura de' Bachi fino al 1611. Esso passò quindi agli eredi di Sanson Bachi, a David e Lazzaro da Fano, alla loro suocera Angelina, a Ventura e Reuben Bachi ed a Michele Ottolengo, i quali lo ebbero, ciascuno a proprio nome e per la propria porzione, fino al 1614.

Le guerre per la successione del Monferrato (1613–1630) e la peste ridussero in condizioni di grande povertà gli ebrei della cittadina e di tutto il Monferrato, causando seri danni ai banchi di prestito, che costituivano la fonte principale della ricchezza ebraica. Nel 1619 l'unico banco feneratizio esistente ad A. era estinto.

Dopo un lungo periodo di inattività, nel 1652 il banco feneratizio fu rinnovato e gestito per metà dai figli di Michele Ottolengo, per un quarto dai figli di Michele Levi di Monastero e per l'altro quarto dall'Università locale, che lo poteva a suo arbitrio dare in affitto a persone che fossero nominate dal Conservatore.

Nel 1713 il privilegio del 1652 sulla conduzione del banco di prestito ad A. fu riconfermato da Vittorio Amedeo di Savoia[3].

Il ghetto

Già sotto i Gonzaga gli ebrei di A. portavano il segno distintivo e la maggioranza di essi viveva in un quartiere separato nei pressi del vicolo Calabraghe vicino alla piazza della Fontana Bollente. Durante la guerra di successione spagnola, nel 1708, A. e il Monferrato passarono alla casa Savoia. Nel 1723 Vittorio Amedeo II promulgò le Regie Costituzioni che stabilivano la creazione del ghetto in tutti i suoi domini: gli ebrei di A., accolsero in seno alla loro Comunità, quelli di Monastero, dal momento che, secondo le disposizioni ducali, le Comunità molto piccole, non avendo un posto adatto per circoscrivere le abitazioni gli israeliti, si dovevano fondere a quelle più grandi.

Nel 1731 fu pubblicata un’ordinanza ducale che definiva la costituzione del ghetto nella cittadina e nell'agosto dello stesso anno, Israel Debenedetti e Michele Graziadio Ottolenghi, in qualità di massari e David Salom Levi (per gli ebrei di Monastero) si incontrarono con i proprietari delle case nelle quali il gruppo ebraico si sarebbe dovuto trasferire: ll luogo scelto, nella zona del mercato vicino alla piazza della Fontana Bollente, suscitò una ferma opposizione da parte ebraica.

I rappresentanti degli ebrei sostenevano, infatti, l'insalubrità del posto, nel quale il maleodorante rivo Medrio scorreva. Nel ghetto, poi, defluivano tutte le acque delle collinette circostanti e mancavano pozzi di acqua fresca. Inoltre, le case prescelte per l'ubicazione erano di modesta costruzione, non adeguate ad ospitare le famiglie dei notabili della Comunità, tre delle quali possedevano società bancarie, una un negozio di oreficeria, alcune altre negozi di stoffe (ai quali era stato dato il compito di vendere manufatti di lana delle filature reali) ed un’altra ancora era proprietaria di filature di sete. Nel gennaio del 1732 si stabilì comunque che entro il febbraio le case sarebbero state evacuate per permettere agli ebrei di entrarvi, ma soltanto intorno al 1737 si concluse la sistemazione del ghetto di A. Un documento dello stesso anno attesta la vendita dei posti del matroneo nella sinagoga di recente costruzione, il cui ricavato doveva servire a coprire le spese dei banchi e dei sedili per gli uomini. La grandezza e il numero dei locali affittati dalle famiglie ebraiche corrispondeva alla loro capacità economica. Il ghetto fu abolito nel 1799 con l'occupazione delle truppe rivoluzionarie francesi, ma dopo la battaglia di Marengo e la caduta di Napoleone, esso fu riaperto nel 1815, con la Restaurazione, da Vittorio Emanuele I[4].

Vita comunitaria

Gli ebrei del Moneferrato non godettero sotto i Paleologi e i Gonzaga del diritto di permanenza stabile, ma beneficiarono di condotte temporanee che venivano rinnovate ogni dieci anni. Soltanto dal 1652 esse ebbero la durata di dodici anni, forse in relazione alle concessioni pontificie per i banchi di prestito che erano della stessa durata.

L'amministrazione interna della Comunità di A., sotto i Gonzaga prima e i Savoia successivamente, dipendeva dall'Università del Monferrato retta da alcuni ebrei, che variavano da due a tre a quattro, chiamati massari, scelti dagli inscritti alla Comunità nel ruolo di contribuenti fiscali, che partecipavano all'assemblea generale a Casale Monferrato. Era sempre l'assemblea generale che decideva la nomina dei rabbini ch,e riuniti nel numero di tre, potevano scomunicare i trasgressori e giudicare, con la licenza del Conservatore preposto alle questione ebraiche, le vertenze tra ebrei.

La Comunità ebbe da sempre una propria sinagoga, sebbene l'editto del 1612 ne limitasse l'uso alla sola città di Casale Monferrato, e dei cimiteri propri.

Ci furono alla fine del Seicento due episodi di conversione al cristianesimo all'interno della Comunità ebraica di A. Il primo fu quello di Leone Ottolenghi, figlio del banchiere Michele Ottolenghi, che nel 1672, all'età di quindici anni, si convertì diventando abate con il nome di Guido Della Porta e poi prefetto della Propaganda Fide. Sempre nello stesso periodo, Davide Ottolenghi figlio di Donato Giuseppe Ottolenghi si convertì per poter sposare una donna cristiana[5].

Demografia

Sotto i Paleologi e i Gonzaga non si ebbe un computo esatto di quanti ebrei vivessero ad A. Le prime notizie sul loro numero risalgono al 1731, data in cui risiedevano ad A., ormai dominio dei Savoia, 41 famiglie. Trent'anni più tardi, nel censimento ufficiale ordinato da Carlo Emanuele III risiedevano ad A. 45 nuclei ebraici, in tutto 240 persone[6].

Dotti e rabbini

Joshua Benzion Segrè (1705–1797), dayyan e rabbino, è da alcuni indicano come nativo di Casale Monferrato e da altri di Vercelli. Tra il 1735–1736 si recò a Scandiano, come precettore di bambini (melamed tinokot), affermando di possedere una piena autorità rabbinica (moreh hora'ah), ottenuta nella yeshivah di Mantova. Questa pretesa gli causò conflitti con le autorità rabbiniche di Reggio Emilia, dalle quali egli dipendeva. In età giovanile scrisse un libretto polemico contro la cristianità (Ascàm talui), nel quale voleva dimostrare che la traduzione latina di Eusebio Sophronius Hieronymus (San Girolamo) dell' antico testamento era piena di errori. Segrè scrisse, inoltre, contro il Derekh ha-Emunah del marrano Giulio Morosini (Samuel ben David Nahmias). Fu autore di commenti alla Bibbia, alla Cabalà, all'Halakhah e ai salmi. Compilò un breve opuscolo sulla grammatica ebraica e una traduzione italiana in versi delle principali preghiere. Nessuno dei suoi lavori fu mai pubblicato. Il piccolo libro Kol Omerim Hodu (Mantova 1740) celebrava l'inaugurazione della sinagoga di Scandiano ricostruita con i denari della famiglia Almansi. Fu rabbino di A., dove sostenne una disputa sull'oracolo di Giacobbe con lo Zaccati. Tornò poi nuovamente a Scandiano, dove rimase fino alla sua morte[7].

Bibliografia

Artom, M.E., Segrè Joshua Benzion, in E.J.

Cassuto, U., Morosini, in E.J.

Colombo, D., Il ghetto di Acqui, in RMI XLI (1975), pp. 361-369.

De Rossi, G.B., Dizionario storico degli autori ebrei, Parma 1802.

Foa, S., Gli ebrei nel Monferrato nei secoli XVI-XVII, Alessandria 1914 (rist. Bologna 1965).

Foa, S., L'istituzione del ghetto in Acqui (1731), in RMI XIX (1953), pp. 163-174, 206-217.

Foa, S., Banchi e banchieri ebrei nel Piemonte dei secoli scorsi, in RMI XXI (1955), pp. 38-50, 85-97, 126-136, 190-201, 284-297, 325-336, 471-486, 520-535.

Lavezzari, G., Storia di Acqui, Acqui 1878 (rist. Bologna 1971, 1985).

Milano, A., Acqui, in E.J.

Segre, R., The Jews in Piedmont, Jerusalem 1986–1990.

Simonsohn, S., The Jews in the Duchy of Milan, 4 voll., Jerusalem 1982–1986.


[1] AA. VV., Acqui, pp. 421-422.

[2] Foa, S., L'istituzione del ghetto in Acqui, pp. 163-164.

[3] Foa, S., L'istituzione del ghetto in Acqui, pp. 163-174; Foa, S., Gli ebrei nel Monferrato nei secoli XVI e XVII, pp. 14-15, pp. 72-105; Simonsohn, S., Duchy of Milan, doc. 4398.

[4] Colombo, D., Il ghetto di Acqui, pp. 361-369; Foa, S., L'istituzione del ghetto in Acqui, pp. 163-174, pp. 206-217.

[5] Colombo, D., ibidem; Foa, S., Gli ebrei nel Monferrato, pp. 7-20, pp. 106-138; Milano, A., Acqui, pp. 215-216.

[6] Colombo, D., ibidem; Foa, S., L'istituzione del ghetto in Acqui, pp. 163-174, pp. 206-217; Segre, R., Jews in Piedmont, III, doc. 3144.

[7] Artom, M.E., Segrè, p. 1113; Cassuto, U., Morosini, in E.J., p. 347; De Rossi, G.B., Dizionario storico degli autori ebrei, pp. 125-126.

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