Vetralla

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Vetralla

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Vetralla (וטראלה)

Provincia di Viterbo. Già abitata in epoca etrusca e romana, V. era parte della Donazione di Sutri (728), ma tra il 1110 e il 1134 fu sotto il controllo dei signori di Viterbo, innescando una contesa in proposito tra questi ultimi ed il papato. In seguito V. fu un feudo degli Orsini, dei di Vico, dei Borgia, dei Cybo e dei Farnese.

Dai documenti a disposizione emerge una presenza ebraica a V. nel corso del secolo XV e XVI. Il primo ebreo menzionato come residente qui era tale Aleuccio (Aligucius), che, nel 1432, riceveva, insieme alla propria famiglia, un salvacondotto per recarsi in viaggio a Roma e nel territorio papale.

Trent’anni dopo, un Alligucius di Servadio (forse lo stesso ricordato prima) veniva perdonato, previo pagamento di una multa, per essere stato trovato in possesso di valuta falsa.

Gli israeliti locali, suddivisi in 2 nuclei familiari, sono poi nuovamente ricordati nel 1470, in un registro di collettorie della Camera Apostolica, in cui compare un Leuccio di V. che versa un tributo di 17 ducati[1].

Nel 1493, papa Alessandro VI elargì una concessione relativamente fuori dall’ordinario agli ebrei di V., che, insieme a quelli del Patrimonio e di Nepi, furono esentati dal pagamento delle tasse dovute, ivi compresa la vigesima, con l’ulteriore conferma dei privilegi già concessi loro dai predecessori del pontefice.

Dopo quasi un trentennio di assenza di documenti riguardanti israeliti, negli anni Venti del XVI secolo se ne trovano alcuni relativi al medico Mosè de Blanis, presente prima a V. e poi a Viterbo, dove aveva ricevuto una tolleranza per fenerare a Orvieto. Dieci anni dopo, Magister Laudadio di Mosè de Blanis veniva appoggiato dalle autorità pontificie nelle sue rivendicazioni nei confronti della comunità di V., rea di non averlo indennizzato della perdita finanziaria subita quando il padre era stato assassinato e derubato nel suo territorio.

All’inizio degli anni Quaranta, risiedeva a V. uno dei collectores della vigesima degli ebrei dell’Umbria e di Orvieto, Samuele Sacerdoti di Turano. Poco più tardi, Isacco di Speranza da Taranto risultava aver ricevuto una tolleranza per fenerare qui e, tra gli ebrei che pagavano la vigesima nel 1546 in una serie di località dello stato pontificio, vi erano anche quelli di V. Un documento di qualche anno più tardi (1551) faceva poi riferimento a  Moyse de Fiorano e “aliis Hebreis” a V. e l’ultima attestazione documentata risale a due anni più tardi, quando Crescenzio di Servadio di V. risultava implicato in un contenzioso fiscale con la comunità ebraica[2].

Nell’elenco delle sinagoghe che, negli anni 1560-1569, pagavano il contributo alla Casa dei Catecumeni non figura quella di V., né sappiamo se ve ne  fosse mai stata una.

Dopo la Bolla di Sisto V, ricevette il permesso per tenere un banco feneratizio a V. Amedeo del fu Salomone, nel 1587 e nel 1588[3].

Si chiudono con ciò le attestazioni di una presenza ebraica nella località.

 

Bibliografia

Loevinson, E., La concession  de banques de prêts aux Juifs par les Papes des seizième et dix-septième siècles, in REJ XCV (1933), pp. 23-31.

Simonsohn, S., The Apostolic See and the Jews, 8 voll., Toronto 1988-1991.

Toaff, A., Gli Ebrei a Perugia, Perugia 1975.


[1] Esposito, A., La presenza ebraica in una regione pontificia nel tardo Medioevo,  pp. 190-191. 

[2] Simonsohn, S., The Apostolic See and the Jews, doc. 688, 885, 1141, 1278, 1372, 1776, 2309, 2540, 2601, 2982, 3158; Idem, History, p. 174; pp. 430-431. Sulla famiglia de Blanis, cfr. la voce “Orvieto’ della presente opera e vedi Toaff, A., Gli Ebrei a Perugia, Perugia 1975, pp. 162-163.

[3] Loevinson, E., La concession  de banques de prêts aux Juifs par les Papes des seizième et dix-septième siècles, p. 29.

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