Castelfranco Emilia

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Castelfranco Emilia

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Provincia di Bologna sino al 1928 , poi, di Modena. All'inizio del XIII secolo l’insediamento venne innalzato al rango di luogo fortificato (Castrum francum) dal comune bolognese per difendersi contro i Modenesi. Appartenne a Bologna, salvo qualche breve periodo di possesso da parte di Passerino Bonaccolsi, dopo la sconfitta di Zappolino (1325) e di Bernabò Visconti, nella seconda metà del secolo XIV. Nel 1628 Urbano VIII dispose che si costruisse, poco distante da C., un grande fortilizio, detto Forte Urbano e, al contempo, fece abbattere le mura di C., ormai inutili, favorendo cosà lo sviluppo commerciale del centro.

Alla fine del XIV secolo risale la documentazione di un banco a C., di cui risultava titolare Liuccio di Abramo di Elia da Orvieto[1].

La continuazione della presenza ebraica in loco è attestata ulteriormente nel 1468, quando Ventura del fu Abramo Caravita di Bologna ricevette una concessione quinquennale, poi rinnovatagli nel 1473, per la gestione del banco feneratizio[2]. Già da un testamento del 1463 si apprendeva, comunque, che abitava a C. un ebreo d'origine reggiana, Manuele del fu Musetto che, alcuni anni prima, aveva acquistato dal conte Rainaldo Boschetti di Modena la sesta parte di un appezzamento di terra e di due mulini, inclusi edifici, attrezzature e i diritti legati all'utilizzo delle acque[3].

Dall'esame delle due condotte di Ventura del fu Abramo Caravita emerge che, oltre alla tassa del sal delle bocche, imposta da Bologna, doveva essere versata un’imposta sugli immobili di proprietà, tassati secondo la metà dell'estimo. L'interesse praticabile mensilmente era di 5 denari per lira per i residenti, mentre per i forestieri era a discrezione del feneratore, che poteva anche accettare o meno in pegno beni immobili[4]. A proposito di pegni, è da rilevare che a C. era stabilito che il rettore dell'Arte della Lana di Bologna o un suo rappresentante controllasse che non fossero impegnati panni forestieri, che avrebbero potuto essere sequestrati e portati presso il massaro del Comune, al quale sarebbe spettato di riscattarli, in attesa di giudizio (se i panni, invece, risultavano appartenere a un forestiero, potevano essere regolarmente impegnati)[5]. Infine, qualora il prestatore, per motivi legati alla guerra o ad altro pericolo, avesse deciso di lasciare con i pegni C. alla volta di luogo più sicuro, gli sarebbe stato permesso di recarsi, sotto scorta, a Bologna o a Modena[6].

Per l’epoca seguente, è documentata la concessione della gestione del banco nel 1522 ad Abramo da Modena, con scadenza decennale e successiva conferma del privilegio. Otto anni dopo, una medesima licenza era data a Noè di Budrio, e ai suoi familiari e soci, secondo i termini della condotta con la comunità locale. Trascorsi ulteriori otto anni, Noè, sempre residente a C., ricevette il nullaosta per esercitare il mestiere du bisellarius, e di commerciare in stoffe, recipienti di rame, argento, oro e pietre preziose, a condizione che non lavorasse in tempo di peste, contribuisse alla gilda dei bisellari e ne rispettasse i regolamenti. Nel primo quarantennio del Cinquecento, il figlio di Noè, Emanuele, era divenuto il gestore del banco di C. e gli veniva concesso di fare operazioni finanziarie nella sua casa di Bologna, senza, tuttavia, aprirvi un banco. Poco dopo, i figli Samuele e Elia risultavano aver lasciato C. per trasferirsi rispettivamente a Castel Bolognese e ad Imola[7].

L'ultimo cenno alla presenza ebraica a C. risale al 1587, quando veniva concessa, per sette anni, la gestione del banco di prestito a Simeone Sanguinetto[8].

Bibliografia

Campanini, A., Quod possit fenerari... Banchi, prestatori ebrei e comunita rurali del contado bolognese nella seconda meta del XV secolo, in Muzzarelli, M.G.(a cura di), Banchi ebraici a bologna nel XV secolo, Bologna 1994, pp. 159-199.

Loevinson, E., La concession de banques de prêts aux Juifs par les Papes des seizième et dix-septième siècles, in REJ 92 (1932), pp. 157-178.

Loevinson, E., Notizie e dati statistici sugli ebrei entrati a Bologna nel secolo XV, in Annuario di Studi Ebraici, Roma 1938, pp. 125-173.

Luzzati, M., Banchi e insediamenti ebraici nell'Italia centro-settentrionale fra tardo Medioevo e inizi dell'Età moderna, in Vivanti, C. (a cura di) Storia d'Italia, Annali 11, Gli ebrei in Italia, Torino 1996, pp. 175-235.

Pini, A. I., Famiglie, insediamenti e banchi ebraici a Bologna e nel Bolognese nella seconda meta del Trecento, in Quaderni storici 54 (1983), pp. 783-814.

Simonsohn, S., The Apostolic See and the Jews, 8 voll. Toronto 1988-1991.


[1] Pini, A.I., Famiglie, insediamenti e banchi  ebraici a Bologna, p. 797. L'esistenza di un banco ebraico a C. intorno alla fine del XIV secolo è ricordata anche dal Luzzati, M., Banchi e insediamenti ebraici nell'Italia centro-settentrionale, p. 202.

[2] Campanini, A., Quod possit fenerari..., pp. 165-166.

[3] Ivi, pp. 180-181. Interessante è rilevare che Manuele, sebbene avesse interessi nel banco feneratizio di Marano (nei pressi di Carpi), risultasse risiedere a C., dove aveva possedimenti; Musetto di Manuele da Reggio (presumibilmente figlio di Manuele) continuò ad allargare le proprietà paterne, acquistando case e terreni a C. (ivi, p. 181).

[4] Ivi, p. 185; p. 187; p. 189.

[5] Ivi, p. 191.

[6] Ivi, p. 193.

[7] Simonsohn, S., The Apostolic See and the Jews, doc. 1296, 1450, 1904, 2116, 2327, 2394.

[8] Loevinson, E., La concession de banques de prêts aux Juifs, pp. 160-161; Idem, Notizie e dati statistici sugli ebrei entrati a Bologna nel XV secolo, p. 141.

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