Torino

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TORINO (Augusta Taurinorum) טורינו

Capoluogo di regione. Capitale del Regno di Sardegna e, dal 1861 al 1865, anche d’Italia, T. è posta tra il Sangone a sud e la Stura di Lanzo a nord, è attraversata dalla Dora Riparia e si affaccia per alcuni chilometri sulla sponda sinistra del Po. Dalla fine del duecento, T. cessò di far parte del Marchesato del Monferrato e fu annessa al territorio dei Savoia. Nel 1418 il Duca Amedeo VIII fece di T. il centro di una prima unificazione amministrativa delle vecchie e nuove province. Si incominciò ad usare per tutte le città dei territori sabaudi subalpini il termine complessivo di Piemonte e, con il trattato di Chateu-Cambrésis (3 aprile 1559), furono restituiti gli stati sabaudi al Duca Emanuele Filiberto, che ne stabilì definitivamente la capitale a T.

Nel 1796 Napoleone Bonaparte sconfisse l'esercito piemontese nelle valli del Tanaro: l'armistizio di Cherasco, dello stesso anno, ridusse il Piemonte alla mercè dei rappresentanti del direttorio e nel luglio del 1798 la cittadella di T. venne occupata.

Dopo l'invasione austro-russa del 1799 fu ristabilito, sebbene solo nominalmente, il governo sabaudo, ma il 12 aprile 1801, dopo la battaglia di Marengo, T. fu nuovamente annessa alla Francia.

Il primo documento che attesta la presenza di ebrei nella città di T. risale alla seconda metà del 1424[1], quando essi dovevano pagare 1 fiorino per l'affissione di un timbro ufficiale che rendesse validi gli ordini che implementavano le loro franchigie sul modello dei correligionari di Savigliano. Nello stesso 1424 Magister Elya Alamando, forse il primo ebreo a stabilirsi a T., con Amedeo de Foya, chiese ed ottenne che gli fosse concesso di aprire in città un banco di prestito, con condizioni simili a quelle vigenti a Savigliano[2]. Il consiglio della città, intanto, decise che coloro che godevano di privilegi ducali potevano risiedervi[3], ma prima che la piccola Comunità potesse consolidarsi, gli ebrei furono accusati di eccedere nel tasso di interesse, di rifiutare il rimborso dei pegni rubati, di irregolarità nella macellazione rituale nei macelli pubblici, di "alchimia", di falsificazione e di svalutazione delle monete.

Il principe ereditario Amedeo, nel 1427, li sciolse però dalle infondate accuse di natura economica e finanziaria[4] e nel 1428 si contavano a T. 4 o 5 famiglie ebraiche di origine tedesca e francese. Due anni dopo furono promulgati gli statuti di Amedeo VIII, che definivano il programma di governo della dinastia dei Savoia, contenendo, tra l'altro, una serie di disposizioni concernenti gli ebrei[5]. Il Duca assicurava loro la sua protezione come individui e come gruppo, difendendoli da molestie e violenze, e ne incentivava l'iniziativa economica non soltanto nel settore creditizio. Negli statuti veniva concesso agli ebrei di impiegare manodopera cristiana, mentre la giurisdizione che li riguardava veniva tolta ai consigli cittadini ed essi erano accettati nelle singole realtà del Piemonte attraverso una formale "condotta", garantita da una lettera del Principe.

Nel 1430 il Consiglio di T., su richiesta ducale, decise di concentrare le case degli ebrei in un quartiere particolare, dove avrebbero potuto riunirsi e aprire le loro macellerie e sinagoghe e nel 1438 fu stabilito che il Consiglio fosse il solo organo competente a giudicare gli ebrei, sia nella capitale che nel resto dei domini ducali. Esso proteggeva gli israeliti da oltraggi e violenze e assicurava che i loro privilegi fossero rispettati, ma la proposta del Duca di garantire agli stessi una condotta per l'esercizio del prestito fu osteggiata dagli ambienti ecclesiastici[6].

Nel 1447 Bonafede di Chaillons strinse una convenzione con il Comune di T., impegnandosi ad aprire un banco di prestito ad interesse controllato, ottenendo il permesso di residenza in città per sè e la sua famiglia e partecipando dei privilegi già concessi ai correligionari[7], ma era esentato dal portare il segno distintivo fuori città. Nel 1448 il Duca confermò ed estese per altri 5 anni tutti i privilegi, le franchigie e le immunità garantite agli ebrei di T. e del Piemonte[8].

Nel 1533 il consiglio della città chiese al Duca l'espulsione degli ebrei o l'uso di un berretto rosso come segno di riconoscimento[9].

Nel 1561 Josepho di Jienna, a nome della Comunità ebraica, domandò il rinnovo per dieci anni della condotta: gli ebrei sarebbero stati legalmente soggetti al loro conservatore e ai suoi aiutanti e avrebbero pagato una tassa annuale (censo) di 720 scudi[10]. Il Duca accettò la proposta e nel 1564 la condotta fu rinnovata, ma con delle lievi modifiche: nessun ebreo avrebbe potuto stare nei domini ducali senza il consenso di quelli che vi risiedevano già, gli israeliti avrebbero potutpossedereo tutti i tipi di libri ebraici, senza nessun controllo dai parte dei giudici o degli inquisitori e il conservatore e i suoi ufficiali avrebbero dovuto giudicare tutte le vertenze relative a somme inferiori ai 25 scudi, mentre il pagamento dei debiti sarebbe dovuto avvenire con un interesse già maturato e non con un rimborso del capitale[11].

Il 13 ottobre 1565 si decise l'espulsione degli ebrei dal Piemonte: il capitano Francesco Paciotto porò avanti un’inchiesta sui crediti ebraici, in conformità alle istruzioni ducali: nessun ebreo doveva andarsene senza prima avere lasciato i propri valori. Dopo la partenza, tutti coloro che avevano avuto contatti con gli israeliti avrebbero dovuto dichiararlo per iscritto alle autorità locali entro tre giorni e Paciotto fu dichiarato responsabile per la città di T.[12].

Ma già nel novembre 1565 Emanuele Filiberto rinnovò la condotta per altri dieci anni, concedendo un anno di esenzione dalla tassa di 1.500 scudi.

L'accordo fu stipulato dal Duca e da Moises Theodros di T., insieme ad altri due correligionari: Moises Nizza di Ivrea e Lazarino Pugietto di Asti, eletti e deputati per gli Stati del Duca[13].

Negli anni settanta del XVI secolo ebrei provenienti dalla penisola iberica affluirono in Piemonte e, nel 1572, Emanuele Filiberto concesse loro di restare per venticinque anni con i privilegi già emanati dai papi Paolo III e Giulio III, dai duchi di Ferrara e di Firenze. Si permetteva la libertà di culto, sull'esempio di quanto avveniva ad Ancona, ed assegnato lo stesso status giuridico di cui godevano gli altri ebrei residenti nei domini ducali[14].

Nello stesso anno il Duca consentì alle famiglie dei marrani portoghesi Jacob Mazaod, Ruy Lopez, Antonio Rodriguez, e altri notabili di origine iberica. di stabilirsi a T. e nel resto dei suoi territori, di aprire negozi e banchi di prestito, garantendo loro protezione contro le accuse di eresia e apostasia[15].

Così, nel maggio 1575, l'ebreo spagnolo Daniele Jair aprì un banco in città, cui succesivamente si associarono i portoghesi Ruy Lopez, Beniamin Ribasaltas, Paolo Lopez e Moyse Mazaod, pagando 1.500 scudi di introito al Duca. Il loro banco e quello posseduto dall'ebreo torinese Moyse Teodoro con la famiglia furono i solo autorizzati a prestare soldi a T. e nel distretto per la durata della condotta[16].

Nel 1576 il Duca rinnovò i capitoli nei suoi domini per ulteriori dieci anni, confermando anche la franchigia di un anno dal pagamento della tassa[17]. Le autorità ecclesiastiche, da parte loro, protestarono per i privilegi concessi, chiedendo che fossero interdetti agli ebrei la pratica della medicina e il servizio dei cristiani nelle loro case, mentre pretendevano l'applicazione scrupolosa della censura sui libri[18]. Ciò nonostante, nel dicembre 1582 il Duca concesse agli ebrei di impiegare servi cristiani e balie, come condizione necessaria alla loro permanenza a T. e nel resto dei domini ducali[19].

Dal 1584 vi fu l’obbligo del segno distintivo giallo, mentre l'interesse autorizzato sui prestiti fu limitato al 10% e furono vietati i mutui ipotecari e l'esportazione dei pegni[20].

Nel 1585 fu concessa a Moyse Todros una condotta di prestito a T. della durata di undici anni[21], rinnovata per altrettanto tempo nel 1596[22]. A questo banco si affiancò, nel marzo 1602, quello di Moise Melli, che ottenne una condotta decennale dalle clausole simili a quelle già stipulate con il Todros[23].

Nel 1603 il Duca rinnovò per tutti l'invito a portare il segno distintivo[24], ma, nello stesso tempo, concesse agli ebrei piemontesi una condotta valida dodici anni, ad un censo annuo di 5.000 scudi[25], che consentiva ai tribunali rabbinici di giudicare nelle dispute tra ebrei, abolendo l'obbligo del ricorso ai tribunali esterni. Tale norma ebbe modo di essere applicata già nel 1605 in una controversia che oppose i fratelli Emilio e Samuel Melli e Jona Theodros, gestori dei banchi di T., a Graziadio Treves e Leone Levi di Fubino, abitanti a Carignano[26].

Nel 1610 Jona Thodros, i fratelli Melli, Leone Levi di Fubino, Graziadio Treves e Samuel Romelli, proprietari dei banchi di T. chiesero ed ottennero dal Duca di aprire un altro banco per sovvenire alla necessità della popolazione disagiata[27] e, nel 1616, Carlo Emanuele confermò cn lettere patenti i diritti degli ebrei di T.[28].

Qualche anno dopo, nel 1626, su richiesta di questi ultimi, rappresentati da Abramo Levi Fubino e Leone Maimon, l'arcivescovo consentì il restauro  della vecchia sinagoga, che la Comunità intendeva riutilizzare a scopi di culto[29].

Nel 1655 la Camera di T. garantì a Raffael De Luna il monopolio della manifattura di sapone e sale in tutti i domini e, tre anni dopo, concesse ad un altro ebreo torinese, Jacob Israel Moreno, le privative decennali per il commercio del tabacco[30].

Nel 1673 il Duca confermava il divieto di servirsi di manodopera cristiana, se non durante il giorno o le feste del calendario ebraico, mentre le balie cristiane furono autorizzate ad occuparsi di bambini ebrei solo in casi speciali e nelle loro case[31].

Nel 1679 la Duchessa Maria Giovanna Battista di Nemours, tutrice del minorenne Vittorio Amedeo II, concentrò tutti gli ebrei di T. nei locali adibiti a ospedale per i mendicanti: non si poteva ancora parlare di ghetto, ma de facto la nuova sistemazione lo era[32].

Nel 1687 gli ebrei pagavano per i negozi all'interno dell’area loro destinata[33] una tassa di 19 lire e ricevettero l’ordine ducale di spostarsi, entro due mesi, all'interno del ghetto, pena una multa di 100 scudi, e di abitarvi, esclusi quelli che godevano di particolari privilegi[34].

Nel 1691 la Comunità fece alla città un ingente prestito di 2.709 lire, su un totale di 200.000 lire, per le emergenze della guerra[35].

Nel 1702 gli ebrei di T. furono ufficialmente censiti: risultarono 702 individui residenti all'interno del ghetto e 20 residenti fuori[36]. Nel 1710 una commissione, formata da un Senatore con il Vicario della città, decise di ingrandire i confini del ghetto in contrada di San Filippo per una popolazione di circa 800 persone, che non solo vi avrebbe dovuto vivere ma anche lavorare[37]. Tre anni dopo, si risolse il problema dello spazio costruendo in elevazione nuovi appartamenti nella parte meridionale del quartiere[38]. Contemporaneamente, Vittorio Amedeo III e Carlo Emanuele III disposero che gli ebrei abitanti in località vicine a T., dove, a causa del numero esiguo, non si poteva istituire un ghetto, si concentrassero nella capitale[39].

Le Regie Costituzioni del 1723 trattarono specificamente delle relazioni degli ebrei con la popolazione cristiana, delle sinagoghe, del segno distintivo, del commercio, dei battesimi, delle molestie loro arrecate, della posizione giuridica. Oltre a confermare la condotta precedente, esse sancirono formalmente la superiorità raggiunta dai mercanti nei confronti dei banchieri, essendo ormai evidente la perdita di potere economico e politico dei secondi all'interno della Comunità[40]. L'anno successivo i capitoli furono rinnovati ancora per un decennio e, tra le sue clausole, si sottolineava l'obbligo per gli ebrei torinesi di risiedere nel ghetto, insieme al divieto di possedere beni immobili, di avvalersi del lavoro cristiano nei giorni feriali e di impiegare nutrici cristiane, se non in caso di stretta necessità[41].

Nella seconda metà del Settecento un notevole incremento demografico si registrò in seno alla Comunità, che raggiunse i 1.300 individui. Si dovette quindi istituire un nuovo ghetto, ubicato tra via S. Francesco di Paola e piazza Carlina[42].

Durante i 15 anni del dominio francese, a partire dal 1794, gli ebrei acquisirono la cittadinanza in base a precise norme legislative. Di conseguenza l'Ospedale, cioè l'ente giuridico con il quale la Comunità trattava le questioni economiche, fu autorizzato ad affittare a chiunque gli appartamenti del ghetto, che gli ebrei intendevano abbandonare[43]: già nel 1797 cinque famiglie ebraiche avevano ottenuto il permesso di risiedere in altri quartieri cittadini e, ben presto, molte altre le avrebbero seguite.

Attività economiche

La grande maggioranza degli ebrei di T. era dedita al commercio con alcuni produttori di seta. Pochi erano gli artigiani, a causa del divieto, o meglio per l'opposizione, delle corporazioni a cui, per legge, dovevano appartenere.

Vi furono tappezzieri, fabbri e orefici, nonché un chirurgo, Tranquillo Latte,s laureatosi nel periodo napoleonico, un pittore Nizza e due scultori Bachi e Jona. Nel 1832 fu fondata la Società Israelitica Femminile, che ebbe come animatore il rabbino Lelio Cantoni, e fiorirono vere botteghe di rammendo di pizzi e stoffe preziose, mentre si moltiplicavano le domestiche e le ostetriche. Tipiche furono le cosidette "creade"(direttrici della casa dalle quali dipendeva la servitù delle famiglie ricche), come  caratteristica fu la figura del banditore del Sabato.

Cimiteri

I morti vennero sepolti vicino all'arsenale fino al 1706[44]. Altre notizie si trovano negli Actes du Conseil Municipal de Turin del 28 marzo 1809, nei quali si legge che il primo cimitero aveva funzionato nella Escarpe du baston de S.Jean de Dieu (cioè tra le attuali Via Maria Vittoria e Via delle Rosine). Con l'ordine del Re di Sardegna, datato 14 maggio 1772 fu abolito l'uso di questo cimitero e sistabilì quello di Vanchiglia hors de la porte du Po à main gauche di faubourg, in un terreno di proprietà di un certo Maynardi, dato al prezzo di 19 lire e 18 soldi del Piemonte.

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[1] Segre, R., The Jews in Piedmont, 1297–1582, doc. 99, p. 41.

[2] Ivi, doc. 103, pp. 44.

[3] Ivi, doc. 104, pp. 45.

[4] Ivi, Introduction, xx-xxi.

[5] Borelli, G.B., Editti, III, lib. XV, tit. I, pp. 1223-1226; Duboin, C., Raccolta delle leggi, lib. IX, pt. II, tit. XIX, pp. 1406-1407n (fino al capitolo XIII).

[6] Segre, R., op. cit., I, doc. 348-371, pp. 155-169.

[7] Segre, R., op. cit., I, doc. 457, pp. 206-212. Su Bonafede e la sua attività di banchiere si veda anche Simonsohn, S., Apostolic See, doc. 757, 759.

[8] ;Segre, R., op. cit. I, doc. 484, pp. 225-226.

[9] Ivi, doc. 797, p. 357.

[10] Duboin, C., op. cit., t. II, pp. 286-287.

[11] Ivi, pp. 289-291.

[12] Segre, R., op. cit., I, doc. 989, pp. 443-444.

[13] Segre, R., op. cit., I, doc. 997-998, pp. 447-448; doc. 999, pp. 448-453; Duboin, C. op. cit., t. II, pp. 291-298.

[14] Lattes, M., Documents et notices, pp. 231-237.

[15] Segre, R,. op. cit., I, doc. 1062, pp. 486-490.

[16] Segre, R., op. cit., I, doc. 1194, pp. 555-556.

[17] Duboin,C., op. cit., t. II, pp. 298-307.

[18] Segre, R., op. cit., I, doc. 1132, p. 527; doc. 1195, pp. 556-557.

[19] Ivi, doc. 1333, p. 630.

[20] Borelli, G.B., op. cit., pp. 1226-1227.

[21] Segre, R., op. cit., doc. 1380, pp. 660.

[22] ;Foa, S., Banchi e banchieri, pp. 477-478.

[23] Segre, R., op. cit., doc.1732, pp. 844.

[24] Ivi,, doc. 1746, pp. 850.

[25] Borelli, G.B., op. cit., III, lib. XV, tit. I, pp. 1228-1234.

[26] Segre, R., op.cit., doc.1786, p. 873.

[27] Ivi, doc. 1856, p. 904.

[28] Duboin, C., op. cit., t. XIV, pp. 165-166; Segre, R., op. cit., doc. 1945, p. 948.

[29] Segre, R., op. cit., doc. 2071, p. 1017.

[30] Segre, R., op. cit., doc. 2281, p. 1136.

[31] Sessa, J., Tractatus de Judaeis, p. 162; Segre, R., op. cit., doc. 2348, p. 1169.

[32] Segre, R., op. cit., doc. 2378, p. 1184; ibid., doc. 2381, pp. 1186–1187; Foa, S., La politica economica, pp. 63-64; Borelli, G.B., op. cit., p. 1259.

[33] Il termine ghetto compare in modo ufficiale a partire dal 1680 (Segre, R., op. cit., doc. 2383, p. 1187). Prima di allora si parlava di un luogo di residenza nel quale tutti gli ebrei torinesi avrebbero dovuto raccogliersi.

[34] Duboin, C., op. cit., t. II, p. 392, nota 2; Foa, S., Il ghetto di Torino, p. 15. Segre, R., op. cit., doc. 2452, p. 1227.

[35] Segre, R., op. cit., doc. 2446, pp. 1223-1224. La guerra di cui si parla in questo documento è quella di successione spagnola.

[36] Foa, S., La politica economica, pp. 80-82; Segre, R., op. cit., doc. 2498, pp. 1253-1255.

[37] Colombo, D., Il Ghetto di Torino e il suo antico cimitero, in RMI 45 (1979) 6-7, pp. 255-265.

[38] ;Ibidem.

[39] Ibidem.

[40] Duboin, C., op. cit., t. II, pp. 692-697; Carutti, D., Vittorio Emanuele II, pp. 395-399; Foa, S., La politica economica, pp. 100-101; Segre, R., op. cit., doc. 2638, pp. 1379-1385.

[41] Duboin, C., op. cit., t. II, pp. 421-423; Segre, R., op. cit., doc. 2654, pp. 1399-1400.

[42] Colombo, D., Il Ghetto di Torino e il suo antico cimitero. RMI 45 (1979) 6-7, pp. 255-265.

[43] Ibidem.

[44] Foa, S. Spigolature ebraiche Piemontesi. Lunario Israelitico edito dal rabbino Servi, pp. 27-29.

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