Serravalle

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Serravalle

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Serravalle (Vittorio Veneto)

Provincia di Treviso. Sito a nord di Ceneda, con cui confina, a fondo di una valle che chiude le pendici di due piccoli monti, nel Mille S. formò una comunità autonoma, la Comunitas Serravallensis e nel 1100 i vescovi cenedesi lo diedero in feudo (insieme al territorio limitrofo e parte della contea) a varie famiglie nobili, tra cui i "da Camino", che vi posero la propria residenza e lo dominarono fino al 1335. Due anni dopo, il vescovo di Ceneda, Francesco Rampone, giudicò opportuno conferire l'investitura ai procuratori di Venezia, data l'espressa volontà dei Serravallesi di darsi alla Serenissima. A seguito della caduta della Repubblica Veneta, il centro ebbe lo stesso destino di Ceneda.

Il nucleo ebraico locale viene menzionato per la prima volta nei documenti nel 1398, quando, in seguito all’imposizione dogale di una tassa annuale di 3.000 ducati agli ebrei del trevigiano e del cenedese, iniziò una corrispondenza tra il Doge e il Podestà, in cui veniva menzionato, tra i banchi della zona, quello di S.[1].

Nel 1420 il Consiglio Civico, per favorire la ripresa economica, dopo un grave periodo di crisi, decise di concedere il permesso di fenerare a S. ad Abramo de' Plajo, detto Abramo giudeo, che fu eletto capo della Comunità[2]. Con il passare degli anni, in seguito alle crescenti lamentele dei Serravallesi contro l'esosità ebraica, il Consiglio Comunale decise di istituire un Monte dei Pegni, gestito dalla città, che, tuttavia, fu effettivamente fondato solo nel 1542[3].

Nel 1484 il Consiglio emanò, poi, una serie di disposizioni (articolate in 37 capitoli)[4] approvate dal senato Veneto per regolamentare l'esercizio del banco, gestito da Abramo Giudeo. Il capitolo 24 stabiliva che Abramo e ditti Giudei non potessero comprare nulla né a S. né nel suo territorio, all'infuori della robba per el suo vivere, o per il vivere della sua famiglia, specificando altresì che e non possa comprar, o vender oro, argento e gioje, e non possa vendere i pegni i quali per loro sarà stà compradi all'incanto, cioè di quelli, che loro avesse fatto vender[5]. D'altro canto, il capitolo 26 stabiliva che Vescovi e Chierici, ed altri Religiosi non possa metter man in le persone di quelli Giudei, ne in alcun della sua famiglia, salve che M.r lo Podesta de Serraval[6]. Gli ebrei erano, inoltre, tenuti al segno dell'"O" sotto pena di 25 de "piccoli", escluse le donne e i fanciulli sotto i 12 anni e se il ditto "O" avessino coperto da faldetta, vesta, o mantello, o per altro modo, che el no se vedesse, non cadono perciò alla ditta pena, purché abbine el ditto "O" addosso[7]. In viaggio, dati i rischi che il segno distintivo comportava, gli ebrei ne erano esentati.

I capitoli riguardanti l'attività feneratizia imponevano severe norme cui attenersi e limitavano notevolmente la possibilità di guadagno: pertanto, la maggior parte degli ebrei decisero di emigrare a Ceneda e a Conegliano[8].

Data la diminuita presenza, tale Mandolino ebreo cominciò a prestare ad interesse a S., esigendo tassi molto modesti: aumentando, però, la richiesta di credito, aumentarono anche gli interessi richiesti, con il conseguente manifestarsi del malcontento della popolazione.

Nel 1525, pertanto, un Consigliere propose che Mandolino venisse espulso o, quantomeno, obbligato a rispettare le norme in vigore. Tuttavia, data la difficile situazione economica, la condotta fu rinnovata al feneratore per altri dieci anni e, anche dopo l'istituzione del Monte di Pietà, Mandolino continuò ad esercitare privatamente il prestito[9].

Nel 1565 fu accettato ad esercitare l'attività feneratizia a S., secondo i capitoli del 1484, tale Ventura ebreo[10].

Con lui si chiudono le notizie rimasteci sulla presenza ebraica a S.: presumibilmente da S. proveniva la famiglia Da Saraval, poi trapiantatasi a Padova e, in seguito, a Venezia[11].

Attività economiche

Nel 1398 i feneratori ebrei prestavano al 20% sopra pegno e al 24% su carta[12].

Nei capitoli del 1484 si specificava, poi, che essi erano tenuti a prestare a Cittadini, ovvero alli Distrettuali di S. sopra Carte a non più di piccoli sei per lira al mese di usura[13]. Erano, inoltre, tenuti a prestare sino a 2.000 ducati, sotto pena di L. 50 de piccoli, da dividersi in terzi: uno al Podestà, uno al Comune di S. e uno alli accusador. Sotto pena di 25 de piccoli, tripartita secondo lo stesso criterio, i serravallesi non potevano impegnare nessun tipo di pegno per i forastieri[14].

Nel 1564 l’ebreo Ventura ottenne, accanto all'esercizio dell'attività feneratizia anche quello della strazzaria e del commercio di tele[15].

Ghetto

Ad Abramo de' Plajo e agli altri ebrei di S. venne imposto di vivere in via Piai, detta, poi, anche "via del Ghetto"[16].

Bibliografia

Morpurgo, E., Gli ebrei a Conegliano, in Corriere Israelitico 49 (1910), pp. 188-191.

Morpurgo, E., Notizie sulle famiglie ebree esistite a Padova nel XVI secolo, Udine 1909.

Tranchini, E., Gli ebrei a Vittorio Veneto dal XV al XX secolo, Vittorio Veneto 1979.


[1] Biblioteca Comunale di Treviso. Mss. N. 957.Documenti Trivigiani (Scotti), Tomo IX, c. 410-411, citato in Morpurgo, E., Gli ebrei a Conegliano, p. 188, nota 3.

[2] Tranchini, E., Gli ebrei a Vittorio Veneto dal XV al XX secolo, p. 49.

[3] Ibidem. Per la data di fondazione del Monte, cfr. ivi, p. 56.

[4] Di questa serie di disposizioni, svariati capitoli sono riportati dal Tranchini, E., op. cit., pp. 51-52.

[5] Ivi, p. 51.

[6] Ibidem.

[7] Ivi, p. 52.

[8] Ibidem. È da rilevare che il Tranchini non cita, a questo proposito, dati ulteriori.

[9] Ivi, p. 53.

[10] Ivi, p. 54.

[11] Morpurgo, E., Notizie sulle famiglie ebree esistite a Padova nel XVI secolo, p. 16.

[12] Cfr.  più sopra, nota 1.

[13] Tranchini, E., op. cit., p. 51.

[14] Ibidem.

[15] Ivi, p. 54.

[16] Ivi, p. 49.

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