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Capoluogo dell’omonima provincia. Sita nella Puglia meridionale, a metà strada fra Brindisi e Otranto, L. è l’erede di Lupiae, poi Lypiae, sorta intorno alla metà del I a. C. sul sito di un antico centro messapico. Sede vescovile dal V secolo, sul finire del VI entrò in una fase di decadenza, da cui si riprese solo nell’ XI  con la conquista normanna della Puglia. La contea di Lecce si costituì gradualmente in signoria quasi indipendente, che conobbe l’apice della potenza e dello splendore con Maria d’Enghien (d. 1446) e suo figlio, il principe di Taranto Giovanni Antonio del Balzo Orsini (d. 1463).

Un’epigrafe funeraria rinvenuta a Venosa attesta la presenza a Lypiae, tra la fine del V secolo e gli inizi del VI d.C., di una comunità ebraica collegata sia con Venosa che con Anciasmos(attuale Saranda) sulla sponda opposta dell’Adriatico, poco a nord di Corfù. L’epigrafe, con data consolare corrispondente al 521 dell’era cristiana, è, infatti, dedicata a una Augusta, figlia di Isas, padre della comunità di Anciasmos, nipote di Simonas, padre della Comunità di Lypiae, e moglie del decurione venosino Buono[1].

La prima attestazione di ebrei nell'ambito della ripresa d'importanza della città risale, invece, al 1359, ed è contenuta nei capitoli con i quali l’Università cercò di regolamentare la ripartizione del carico fiscale. In quella sede, per quanto riguardava il dazio che gravava sul consumo della carne, fu sancito che nessun abitante ne fosse esente, sive christianus sive iudeus[2]. La menzione degli ebrei nei capitoli dimostra che essi erano divenuti un gruppo notevole, del quale bisognava tenere conto anche sul piano fiscale.

Del resto l’incremento numerico degli israeliti andò di apri passo allo sviluppo della città, che le agevolazioni fiscali volute dalla nuova dinastia degli Enghien, avevano reso un polo di attrazione per mercanti e merci. Molti ebrei giunsero da Brindisi[3] e, sia qui che nella vicina Copertino, affluirono anche numerosi cristiani novelli di questa città, di Alessano e di altre località, con il proposito di far rivivere le Comunità distrutte dal proselitismo angioino della fine del secolo XIII.

Contro gli ex-neofiti di L. e di Copertino, su incitamento di papa Urbano, intervenne la regina Giovanna I, che nel 1368 ordinò ai propri ufficiali di assistere con ogni mezzo gli inquisitori fra' Pino, arcivescovo di Brindisi, e fra' Marchisio da Monopoli nell’estirpare dal Regno gli apostati e nel distruggere le nuove giudecche e sinagoghe[4]. Lo scopo non fu però raggiunto, sia per il gran numero di neofiti che riabbracciavano ormai apertamente il giudaismo, sia per lo scarso interesse delle autorità laiche a perseguirli.

Il matrimonio di Maria d’Enghien, contessa di L., con Raimondo del Balzo Orsini, conte di Soleto e dal 1399 principe di Taranto, pose la città al centro di un vasto stato feudale, facendola sede di una corte signorile, piazza d’importazione e di smistamento di ogni sorta di merci (manufatti, legnami, spezie) e nodo di commercializzazione della produzione agricola del territorio (vino, olio, cereali)[5]. Accanto a veneziani e ragusei erano presenti a Lecce anche operatori ebrei. Nel 1392 Sabatino Russo di L. costituì una società con il veneziano Biagio Dolfin: l’ebreo, che avrebbe viaggiato, partecipò con un terzo del capitale e il veneziano, residente, con due terzi, mentre la ripartizione degli utili era prevista in parti uguali. Il Russo si impegnò a commerciare nei percorsi Puglia-Alessandria, Puglia-Venezia e viceversa. Dal Levante egli importava spezie, da Venezia drappi veronesi, dalla Puglia formaggi, carni salate e frumento. Sembra che la brutta fine fatta dalla compagnia sia stata motivata dall’ombra di sospetto gettata fra i due mercanti da un altro ebreo, Moisè de Meli, che accusò il Russo d’aver truffato il socio del carico di una nave, che diceva essere caduta nelle mani di corsari liparoti[6].

Nel 1404 esportava frumento da L. a Candia l’ebreo otrantino Abramo, per conto del veneziano Tommaso Mocenigo[7]. Negli anni 1398-1405 Manuel Vivant e Mosè di Iosef, ebrei catalani ma abitanti in questa città, acquistavano grosse partite di corallo dal mercante raguseo Andrea Volcecic e nel 1430 Salomone di L. importava a Ragusa olio in cambio di ferro[8].

Nei primi decenni del ‘400 gli ebrei che abitavano stabilmente a L. risultavano annoverati tra i cives ed erano pienamente inseriti nell’economia cittadina. Oltre che nel commercio, essi erano presenti nelle attività artigianali, anche umili (lerano specializzati nella concia e nella lavorazione delle pelli), possedevano immobili urbani e rurali, erano allevatori di bestiame, avevano il proprio macello e le proprie beccherie[9]. Su di essi si stendeva, inoltre, la benevola protezione di Maria d’Enghien, il cui medico personale era l’ebreo mastro Iacob[10].

Nel decennio 1440-1450 si manifestarono, però, sentimenti ostili, come rivela un bando emanato tra il settembre 1445 e l’agosto dell’anno successivo, che imponeva a tutti gli ebrei, maschi e femmine, dai sei anni in su, l’uso di una rotella rossa sui vestiti quale segno distintivo, sotto pena di un’oncia o di pubbliche frustate per i trasgressori e la promessa di un tarì di premio per chi avesse fatto la spia[11]. È probabile che a determinare tale bando fossero state le pressioni degli ecclesiastici, in special modo dei domenicani e dei francescani, i quali ultimi avevano in quegli anni sul seggio vescovile un proprio confratello, il minorita Giuduccio Guidano. In città, inoltre, c’era ancora l’eco della predicazione di fra' Giovanni da Capistrano, protagonista di primo piano nella propaganda antiebraica nell’Italia meridionale[12]. Forse allo stesso periodo risalivano, inoltre, due ordini inserite tra i capitoli e gli statuti cittadini concernenti la vendita delle vettovaglie, con cui si ingiungeva ai macellai di non comprare carne dagli israeliti e a questi ultimi di non toccare, durante la Quaresima, nessuno degli alimenti messi in vendita. Questa seconda disposizione, tuttavia, non durò a lungo: nella trascrizione dei capitoli fatta nella seconda metà del secolo XV è ancora presente, ma è indicata a margine come abrogata[13].

Alla morte di Maria d’Enghien (1446), L. passò definitivamente sotto il dominio del principe Giovanni Antonio del Balzo Orsini e fu inglobata nel vastissimo complesso feudale da lui costituito. Nei confronti delle Comunità ebraiche, l'Orsini mirò alla  fiscale ed economica e, con un forte senso della propria autorità, effettuò l’incameramento dei diritti giurisdizionali su quelle di Taranto, Nardò, Brindisi, Taranto e Bari, che erano stati ceduti ai vescovi dai sovrani normanni ed angioini.

Dagli ebrei leccesi il principe esigeva innanzitutto un tributo personale per la protezione, pro iure affidae, equivalente sostanzialmente alla mortafa e alla gisia che gravava sui correligionari calabresi e siciliani. Altre 10 once erano corrisposte pro dono debito et consueto al sindaco della città perché, insieme con le 200 dovute dall’Università, le versasse alla tesoreria del principe. Un ulteriore balzello era imposto sulla macellazione delle carni, che doveva avvenire in un locale di proprietà del principe, cui appartenevano pure i tini che gli ebrei erano obbligati a prendere in affitto per la concia delle pelli, attività sulla quale gravava una tassa. La riscossione dei tributi era effettuata dall’Universitas Iudeorum, che aveva propri ufficiali[14]. Tutti erano tenuti a redigere i quaderni contabili: i registri compilati in lingua ebraica venivano tradotti in latino e, dopo essere stati controllati da un funzionario del principe, venivano conservati nell’archivio del castello[15].

Nel 1459, mentre L. era censita per 1.322 fuochi fiscali, gli ebrei pagavano lo ius affidae per 141 fuochi di antica cittadinanza e per 22 fuochi di catalani. A questi andavano aggiunti 19 individui esenti dal pagamento del contributo o per privilegio del principe, o perché malati, o perché di età inferiore ai 12 anni o perché avevano trasferito altrove il loro domicilio; esente per consuetudine ab antiquo era il magister Iudeorum[16]. Sappiamo, inoltre, che uno Spina de Lecze era stato scelto nel 1468 tra i commissari incaricati dalla Corona di riscuotere dalle diverse Comunità gli importi relativi alla speciale tassa di 5.000 ducati imposta a tutti gli ebrei del Regno[17]

La presenza di catalani nella regione è segnalata già nel 1403 in una lettera di  Bonifacio IX, in cui si parla di ebrei di ambo i sessi che affluivano nella provincia di Terra d’Otranto e in alcune località di Calabria, tanto dal regno di Aragona, quanto da diverse altre parti del mondo[18]. Il più autorevole dei catalani che abitavano in città era il medico Abramo de Palmes, o de Balmes: nel 1472 Ferrante I lo assunse come medico personale, riconfermandogli tutti i privilegi, soprattutto di ordine fiscale, concessigli dai precedenti sovrani e principi e aggiungendone altri. Abramo de Balmes fu anche uomo di vasta cultura, come testimoniano le opere copiate su sua commissione che ci sono pervenute. Yehoshua b. David Cohen copiò per lui a L. nel 1455 l’Aruk di Natan b. Yehiel; a Nardò nel 1460 gli Aforismi di Ippocrate con il commento di Galeno; a Gallipoli nel 1468 il Lilium medicinae di Bernardo di Gordon; di nuovo a L. nel 1473 il commento medio di Averroè alla Fisica di Aristotele; nel 1478 il quarto ordine del compendio giuridico Arba’ah turim di Yaqov b. Asher e nel 1482 il secondo libro del Canone di Avicenna. Nel 1453 il medico e filosofo Bonfil Astruc di Perpignano copiò per lo stesso committente a Bari il commento medio della Metafisica di Aristotele, il trattato pseudo-aristotelico De expositione bonitatis purae e la Lettera apologetica di Yedayah b. Avraham da Béziers[19].

Gli interessi culturali di Abramo de Balmes non rappresentano una singolarità nella comunità leccese. Già nel 1414, infatti, Eliyyah Zevi b. David b. Muallam aveva copiato per suo figlio David il Medico il commento di Ezra b. Shelomoh Gatigno, dal titolo Il segreto del Signore, il commento al Pentateuco di Avraham ibn Ezra e nel 1415 il commento cabalistico al Pentateuco, dal titolo Midrash ha-Torah, di Yehoshua ibn Shaef. Nel 1439 Yaqov b. Avraham Kohen e altri amanuensi trascrissero per Menahem da Ocrida (Macedonia) La grande introduzione all’astrologia di Abu Mashar. Nel 1441 Menahem b. Ysaq copiò il secondo libro del Canone di medicina di Avicenna[20]. Committenti, copisti e opere rivelano la forte impronta spagnola, catalana e provenzale della comunità ebraica leccese nel secolo XV. Come ulteriore testimonianza si veda il colofon dell’opera Fondamenti della fede di Avraham bar Hiyya, un’enciclopedia dedicata alla matematica, l’ottica, la musica e l’astronomia, copiata nel 1437 (Ms. Parm. 2635): Ho completato questo libro, chiamato Scienza della geometria, nell’anno 5198 dalla creazione del mondo, il terzo giorno della settimana, 14 di Shevat, qui in Lecce; l’ho copiato per il mio signor padre, l’onorato mestre Crescas Meir Qalonimos Alish figlio dell’onorato mestre Meir Qalonimos figlio dell’onorato mestre Meir Qalonimos[21].

La presenza a L. di un cospicuo insediamento ebraico non poteva non avere ripercussioni sull'assetto urbanistico. Nel XV secolo la città era divisa in quattro pittagi (S. Martino, S. Biagio, S. Giusto e Rudiae): la giudecca si trovava nel pittagio di S. Martino, che occupava l’area nord-est dell'abitato, ed era protetta dal tratto di mura compreso tra il monastero di S. Giovanni Evangelista e la torre di S. Giacomo. Nella suddivisione delle mura fatta al tempo di Maria d’Enghien, la manutenzione di questa parte delle fortificazioni fu assegnata, infatti, agli israeliti e alla corte reginale[22]. Il primo riferimento finora noto alla giudecca, si ha, però, in un documento del 1365, in cui si parla della casa di un Sabatellus corigiarius iudeus posta in vicinio ecclesie Sancti Salvatoris de Iudaica, mentre un altro documento, del 1394, riferisce di abitazioni di giudei in vicinio Sancte Marie de Templo. Le due chiesette non esistono più, ma si sa che sorgevano sul lato destro dell’odierna via dei Templari (ex via Scarpari)[23]. Con l’accrescersi della Comunità, la giudecca si estese verso nord, fino a congiungersi con le abitazioni degli immigrati albanesi e greci. Poco distante dalla chiesa di S. Salvatore, gli ebrei eressero la loro sinagoga, che diede il nome all’isolato su cui sorgeva; un altro isolato, il vicinium Magistri Abraham, si denominò dall’abitazione che vi aveva il più illustre Abramo che sia vissuto a L., ossia il già ricordato maestro Abramo de Balmes. Poiché la giudecca, prima delle restrizioni imposte da Carlo V nel 1532, non era un ghetto, gli ebrei avevano dimore e luoghi di lavoro anche fuori del loro quartiere, e in questo c’erano, per converso, abitazioni e magazzini di cristiani. All’interno della giudecca esistevano, inoltre, luoghi di culto cristiani, come la chiesetta di S. Angelillo (forse preesistente all’insediamento giudaico) e la cappella di S. Paolo.

Fattori diversi intervenivano talvolta a turbare la convivenza di ebrei e cristiani. In due occasioni le abitudini di tolleranza e di coesistenza pacifica furono violentemente infrante, con saccheggi e incendi della giudecca: la prima volta accadde nel 1463, alla notizia della morte del signore di L. Nella momentanea sospensione di ogni autorità, la popolazione si lanciò all’assalto delle case degli ebrei, fino a quel momento protetti dalla benevolenza del principe: i più accaniti si rivelarono gli albanesi e i greci del confinante quartiere e per questo il sovrano, Ferrante I, non volle comprenderli nell’assoluzione dalla pena per il misfatto chiesta dalla cittadinanza[24], la quale supplicò con successo anche il re di far tornare i giudei che erano fuggiti, perché la loro assenza era dannosa per la città. Il secondo assalto alla giudecca si ebbe in occasione della calata in Italia di Carlo VIII di Francia e  rappresentò la fase estrema di un processo di deterioramento nei rapporti sviluppatosi nell’ultimo decennio del XV secolo, specialmente a opera dei francescani. La parte giocata dalla religione in tale processo fu, infatti, notevole, se si pensa all’episodio della Pasqua del 1492, quando alcuni giovani si presentarono in pubblico con croci tracciate sulla fronte per protestare contro il mancato uso del segno distintivo da parte degli ebrei[25], e al gesto con cui si concluse nel 1495 l’assalto alla giudecca: la profanazione della sinagoga e la sua trasformazione in chiesa. Il 26 febbraio 1495, infatti, essendosi saputo dell’entrata di Carlo VIII in Napoli, il popolo si levò a mano armata e assaltò dapprima il castello, depredando i giudei che per la maggior parte vi si erano rifugiati, e quindi il quartiere ebraico. Non contenti di essersi impossessati dei beni, i cristiani vollero anche le  anime:  dopo alcuni giorni invasero di nuovo la giudecca al grido  «Muoiano, muoiano i giudei o si faccian cristiani». I componenti di una famiglia di ebrei spagnoli che si era rifugiata nella casa del gentiluomo Pietro Sanbiasi, all’udire le minacce,  si gettarono in un pozzo. Dei cinque, fu tratto in salvo solo il padre, nel quale l’istinto della vita era infine prevalso e annaspava sulla superficie dell’acqua. I quattro furono le sole vittime di quell’assalto. Pur di aver salva la vita, infatti, parecchi giudei che non erano riusciti a fuggire o ad occultarsi - tra cui un figlio di Abramo de Balmes, Mosè-  si fecero cristiani, e cristiana fu fatta anche la sinagoga, in cui la folla irruppe, portandovi dentro molte figure di santi e obbligando il vescovo a consacrarla in chiesa sotto il titolo dell’Annunziata[26].

Privata della sinagoga e impoverita economicamente, la Comunità fu ridotta a un ruolo marginale nella vita cittadina. Al momento dell’espulsione, decretata nel 1510 dal nuovo sovrano del Regno, Ferdinando il Cattolico, essa contava, tuttavia, tra giudei e cristiani novelli, ben 109 fuochi sui 1.905 fuochi complessivi secondo cui era tassata la città. Dei 109 fuochi, approfittando di un certo lassismo delle autorità centrali, solo 74 partirono. Tra questi, il nipote di Abramo de Balmes, il medico e filosofo Abramo ben Meyr, che sarebbe divenuto a Venezia ricercato traduttore di opere dall’ebraico al latino. Rimasero a L. specialmente i cristiani novelli, alcuni dei quali  si dissero pronti a dimostrare di non discendere da linea giudaica e di essere sposati con christiane de natura, ossia non convertite[27].

In poco tempo la Comunità si ricostituì, ma era ormai piccola cosa: nel 1522 i fuochi giudei erano appena 23 su 1.833 fuochi cittadini ordinari e 87 straordinari di albanesi. Dei suoi ultimi decenni di vita conosciamo pochi nomi, tra cui quelli di Elia Vernia e Mosè de Trino, Sabbatayo figlio del defunto Mayr, un Melo abitante a Bitonto, un Robino merciaio di nastri, lacci e spilli a Castellamare di Stabia nel 1535, Calullo de Leo e suo figlio Leo a Bari, Samuel Baya prestatore di denaro a Bari negli anni 1540-41[28]. In  quest’ultimo anno, come è noto, in forza del decreto generale di espulsione emesso da Carlo V, tutti gli ebrei del Napoletano dovettero esulare e anche quelli di L. se ne andarono, trasferendosi per la maggior parte nei domini turchi.

L’eccezionale sviluppo edilizio, civile e religioso che, a partire dalla metà del secolo XVI, si accompagnò al processo di crescita della città, cancellò presto i resti della giudecca. Nel 1548, proprio al centro dell’ex quartiere ebraico, sul lato destro dell’antica sinagoga, fu iniziata la costruzione della sontuosa basilica di S. Croce con accanto il grandioso monastero dei Benedettini Celestini, oggi sede della Prefettura.

La sinagoga, convertita in chiesa, conservò  ancora per alcuni decenni le strutture originali, ma nel XVI secolo fu demolita e ricostruita in dimensioni minori sotto il palazzo che nello stesso sito si eresse il commerciante bergamasco Marco Trono. Nel 1771 la chiesetta, essendo stata diversi  anni chiusa e sospesa dalla Curia perché sopra di essa vi era una casa, fu resa  abitabile e affittata. Una testimonianza dell’antico edificio di culto ebraico è stata di recente ritrovata, durante dei lavori di restauro, negli ambienti sotterranei adibiti a cucina del Palazzo Loffredo-Adorni, la residenza signorile più prestigiosa edificata a L. nella seconda metà del Cinquecento, sul limitare settentrionale della giudecca. Il pezzo, un frammento di lastra lapidea di cm 55x30, reca inciso, in eleganti caratteri ebraici del ‘400, un testo preso dalla Bibbia, e precisamente da Genesi 28, 10: «Non è questa la casa di Dio ?»[29].

A ricordo dell’antico tempio ebraico e della giudecca, nel 1871 furono  intitolate Via  Sinagoga la strada che, partendo dalla piazzetta Castromediano, si congiunge a via Idomeo, e Via Abramo Balmes  la strada che le corre parallela sul lato sinistro[30].

 

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[1] Colafemmina, C., Nuove scoperte nella catacomba ebraica di Venosa, pp. 369-381; Id., La giudecca di Lecce, pp. 313-315; Noy, D., JIWE, 1:  pp. 137-140, n. 107; Grelle, F., Patroni ebrei in città tardoantiche,  pp. 139-158.

[2] Massaro, C., Ebrei e città nel Mezzogiorno tardomedievale, p. 13.

[3] CDBr, II, p. 229, doc. 90 (a.1365).

[4] CDBr, II, pp. 242-244, doc. 94. Cfr. anche Colafemmina, C., The Jews in Calabria, doc. 63.

[5] Massaro, C., op. cit., p. 15.

[6] Stussi, A., Antichi testi salentini, pp. 191-224; Coluccia, R., La Puglia, pp. 689-690.

[7] Stussi, A., Un nuovo documento,  pp. 165-73.

[8] Popovic-Radenkovic, M., Le relazioni commerciali fra Dubrovink (Ragusa) e la Puglia, pp. 158, 160.

[9] Massaro, C., op. cit., pp. 18-19.

[10] Melchiorre, V.A., Il  Libro Rosso di Bari o Messaletto,  II, p. 66, n. CCIII.

[11] Cfr. Pastore, M., Il codice di Maria d’Enghien, pp. 62-64.

[12] Massaro, C., op. cit., p. 21.

[13] Pastore, M., op. cit.,   pp. 20, 87.

[14] Massaro, C., op. cit,  pp. 24-25.

[15] Cfr. ASNa, Sommaria, Diversi  I, 170, cc. 6v-7r.

[16] ASNa,  Sommaria, Diversi  II, 243, 3v-4r. Massaro, C., op. cit., pp. 22-23.

[17] Colafemmina, C., The Jews in Calabria, doc. 167.

[18] Simonsohn, S., The Apostolic See, pp. 547-548, doc. 502.

[19] Freimann, A., Jewish scribes in medieval Italy,  nn. 46, 246; Tamani, G., Manoscritti e libri, p. 230, note. 28-31.

[20] Freimann, A., op. cit., nn. 100, 111, 164, 295, 477; Tamani, G., op. cit, p. 229.

[21] Richler, B., Hebrew Manuscripts in the Bibliotheca Palatina, pp. 428-429, [1472].

[22] Pastore, M., op. cit., p. 56.

[23] Foscarini, A., Lecce d’altri tempi. Ricordi di vecchie isole, cappelle e denominazioni stradali (Contributo per la topografia leccese), pp. 438-439.

[24] Papuli, G., Documenti editi ed inediti sui rapporti tra le Università di Puglia e  Ferdinando I, pp. 438-440.

[25] FerorelliN., Gli ebrei nell’Italia meridionale, p. 196.

[26] Coniger, A., Cronache, t. V, p. 31; Simonsohn, S., op. cit., pp. 1502-1503, n. 1198; Tamblé, M.R., Antisemitismo e infanzia abbandonata, pp. 35-45.

[27] Colafemmina, C., Documenti per la storia degli ebrei in Puglia, pp. 243-244, doc. 263; p. 248, doc. 268; pp. 251-253, docc. 272-273; pp. 273-274, doc. 299.

[28] Cfr. Colafemmina,  C., La giudecca di Lecce, p. 330; Colafemmina, C. -  Dibenedetto, D., Gli ebrei in Terra di Bari durante il Viceregno, pp. 64-65, 85, 124.

[29] Colafemmina, C., Un frammento di iscrizione ebraica sinagogale, pp. 24-29.

[30] Buja, R.,  Dalla strada alla storia. Divagazioni di toponomastica di Lecce, pp. 83-86.

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